Strana società la nostra... Non è semplice dare una chiave di lettura ai recenti episodi di abbandono di bambini piccolissimi in auto, sotto il sole, bambini che muoiono soffocati dal caldo in solitudine...
Il primo sentimento che provo è l'angoscia, poi l'orrore, poi il mio pensiero si sposta sui padri che li hanno dimenticati per raggiungere il posto di lavoro. E' una sequenza che visualizzo e per la quale provo incredulità, stupore, smarrimento. Poi, il flash, la memoria del padre ritorna, corre disperato verso l'automobile e trova il figlio morente.
Sono invasa dalla pietà per quell'uomo e per la madre del piccolo...una pietà lacerante, dolorosa, punteggiata dai molti dubbi che una simile dimenticanza impone. I dubbi non sono sulla buona fede del genitore, ma sulle “condizioni” psicologiche che determinano fatti simili.
Viviamo in una società in corsa, che non ha tempo da “perdere”. Bisogna produrre, guadagnare e consumare. I bambini, i disabili e gli anziani diventano inevitabilmente i soggetti più deboli perchè non stanno al passo e hanno bisogno di tempi lunghi... per essere accuditi, tutelati, rispettati e amati.
I bambini oggi nascono in un clima di attesa e di desiderio maggiore rispetto al passato. Vengono programmati a tarda età quando si sono raggiunti obiettivi di vita ritenuti indispensabili : il lavoro sicuro, la casa, una discreta condizione economica.
Ma i bambini quando arrivano impongono dei ritmi, delle regole dei luoghi che “limitano” la vita dei genitori condizionando in modo significativo la loro libertà d'azione, almeno nei primi anni di vita.
La madre in genere è biologicamente e psicologicamente predisposta ad avere cura del figlio, il padre no. Dipende dal contesto sociale in cui vive, dal quotidiano esercizio della responsabilità alla cura verso il figlio, dipende dai suoi modelli di riferimento maschili, dipende dalla condivisione delle pratiche di cura con la madre del bambino.
Una mostra realizzata molti anni fa dal Comune di Modena, intitolata emblematicamente “Per amore e per forza” metteva in luce l'ambiguità della
condizione infantile, ieri come oggi, vissuta fra l'amore, l'indifferenza e l'odio degli adulti. Un viaggio interdisciplinare nella storia e in tutte le latitudini. Si evinceva come,intorno alla maternità e paternità e all'amore verso i bambini in genere ci fosse molta ipocrisia e retorica
I media oggi raccontano ed enfatizzano fatti di ordinaria follia, suscitando nei più sentimenti di sdegno, lapidazioni verbali, condanne facili...
Io credo, ancora una volta, che vada percorsa la strada del dubbio, della pietà, come pretesto per riflettere su di noi, sulla comunità più in generale incapace più che mai di sostenere i singoli, di praticare una genitorialità diffusa in grado di tutelare e di rispettare di diritti dei bambini anche quando non sono nostri. Quando un bambino muore in questo modo, viene rubato alla famiglia, viene umiliato e violato, tutti ma proprio tutti dovremmo chiederci “Noi dove eravamo?”