Barbara aveva quasi tre anni e frequentava il nido da alcuni mesi quando fui chiamata dall'educatrice di riferimento, come responsabile pedagogica del servizio, per osservare i suoi comportamenti tesi a rifiutare qualsiasi tipo di relazione che non fosse quella con gli oggetti. Barbara era una bellissima bambina, più alta dei suoi coetanei.
Nel colloquio precedente l'inserimento i genitori avevano dichiarato che la bambina era testarda, non li ascoltava e non li guardava mai in faccia.
Quando sono entrata nella sezione, tutti i bambini mi sono venuti incontro per chiedermi chi ero, meno lei. A tutti ho chiesto il loro nome, solo lei non mi ha guardata, né mi ha risposto; se ne stava isolata a guardare un oggetto che teneva fra le mani. Un paio di bambini mi hanno detto il suo nome come se fossero abituati a farlo.
Dopo un pò ho chiesto a Barbara se potevo allacciarle una scarpina slacciata, lei non mi ha risposto, né mi ha guardata, allora io mi sono messa a conversare con un piccolo gruppo di bambini che si erano messi a fare un collage, senza perderla di vista.
Poco dopo lei si è avvicinata e, sempre senza guardarmi e parlarmi, mi ha messo il piede con la scarpa slacciata davanti, affinché gliela allacciassi. Avrei voluto abbracciarla, ma temevo di rompere l'incantesimo e di invadere quel territorio che percepivo solo suo.
Ho continuato ad osservarla a distanza per tutta la mattinata, ciò che vedevo avvalorava sempre di più la tesi dell'educatrice. Nel pomeriggio ho convocato il team di lavoro del nido, abbiamo insieme impostato un colloquio che l'educatrice avrebbe dovuto fare con i genitori a distanza di pochi giorni, allo scopo di condividere con loro una preoccupazione, senza dare giudizi affrettati, sulla bambina e consigliarli di prendere contatti con lo psicologo dell'equipe di igiene mentale del territorio con il quale noi avevamo rapporti istituzionali come prassi.
La reazione dei genitori è stata, come prevedevamo, di dolore e smarrimento, ma erano disposti a farsi accompagnare e sostenere nel complesso percorso finalizzato al "recupero" di Barbara, e noi eravamo lì per aiutarli, ognuno con il proprio ruolo.
Io nel frattempo chiedevo allo psicologo di venire ad osservare Barbara al nido, prima del colloquio con i genitori e della visita della bambina nel suo studio. La diagnosi dello psicologo avvalorò la nostra tesi: Barbara era affetta da autismo.
Un settimana dopo, la bambina e i suoi genitori cominciavano una cammino complesso condiviso con l'educatrice di riferimento e con tutte le operatrici del nido. Dopo 7 mesi Barbara entrava nella Scuola dell'Infanzia. Nel colloquio finale i genitori hanno ringraziato l'educatrice per essersi accorta per tempo del problema, per averli informati e presi per mano...
Sono passati più di vent'anni. Ancora oggi ricordo Barbara e il suo sguardo assente, ricordo quel gesto sfuggente teso a porgermi il piedi perché allacciassi la sua scarpina. Ringrazio l'educatrice, il suo coraggio e la sua competenza. Spero che Barbara, oggi giovane donna, sia diventata capace di fare entrare nel suo mondo tutte le persone che le vogliono bene e che la stimano.