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Nella lunga esperienza maturata nei servizi per la prima infanzia ho avuto la grande opportunità di cogliere e studiare le metamorfosi della famiglia negli ultimi decenni e di agire, nella prospettiva della metodologia della "ricerca/azione" sulle trasformazioni famigliari e sociali in atto.

Sorretta nel mio cammino professionale dall'antropologia culturale, dalla sociologia e dalle teorie della comunicazione con le mie colleghe, nel corso degli anni, ho messo a punto un impianto partecipativo indirizzato ai genitori che ha permesso al team pedagogico di dialogare, confrontarsi, ascoltare e osservare e conoscere un territorio umano straordinario da utilizzare come risorsa capace di alimentare il percorso evolutivo dei servizio stesso, con la mediazione delle educatrici.
Abbiamo così imparato che la concezione dell'infanzia, del ruolo e delle responsabilità dei genitori sono varie, come diversi sono i concetti culturali intorno alle cure, all'educazione dei bambini e alle relazioni sociali necessarie a sostenere il loro sviluppo.
Le condizioni socio-culturali sembrano giocare un ruolo determinante nell'indirizzare la costruzione di relazioni fra bambini e adulti forti, significative, di buon livello sotto il profilo cognitivo e affettivo.
Il livello di civiltà di una comunità si evince infatti dalla centralità della collocazione dei bambini, dai tempi e dagli spazi che vengono loro assegnati, dalla quantità e dalla qualità delle relazioni di cui possono godere.
I più recenti studi comparativi nel campo della psicologia culturale evidenziano il fatto che le scelte che riguardano la cura dei bambini e la loro socializzazione, compresa la determinazione di decisioni universali come chi sta vicino al bambino prima e durante il sonno e al suo risveglio, rappresentano azioni simboliche finalizzate a realizzare i valori  e gli ideali più profondi di una comunità.
Abbiamo visto nella nostra ricerca che quando un bambino entra in un servizio per la prima infanzia porta con se una storia più o meno breve che lo ha profondamente influenzato di cui è necessario tenere conto per condurlo in un viaggio in cui sarà chiamato a separarsi temporaneamente dalle persone che lo accudiscono in famiglia e a incontrare altri bambini e altri adulti capaci di arricchire e influenzare il suo sviluppo sociale.
Sarà chiamato a vivere esperienze cognitive ed affettive in due contesti diversi, quello famigliare e quello sociale che aspirano entrambe a sostenerlo nella costruzione della sua prima identità.
Era indispensabile individuare e realizzare un progetto di servizio capace di offrire spazi e tempi di dialogo e di scambio fra questi contesti, per conoscersi, per confrontarsi sulle reciproche idee ed azioni, sui valori che li guidavano, per riflettere sui ruoli reciproci (educatori, madri e padri, nonni), alla ricerca di un terreno di intesa sul concetto di qualità della vita infantile, di benessere, di educazione e sulle congruenti azioni da realizzare, ognuno nei propri ambiti.
Ci siamo così incontrate con la solitudine dei genitori, con la scomparsa della famiglia intergenerazionale allargata, e con la comparsa della famiglia allargata trasversale, con i genitori single per scelta, con genitori separati, con famiglie diverse  per cultura, età, livello di scolarizzazione, provenienza etnica e linguistica.
Abbiamo appurato come la scelta di avere uno o più bambini fosse determinata dalla sicurezza economica, dal lavoro sicuro, dalla presenza dei servizi, dal sostegno dei nonni.
Abbiamo assistito a fluttuanti fenomeni di denatalità arginata parzialmente dalle famiglie immigrate più prolifiche, abbiamo visto che l'età media dei genitori, più scolarizzati rispetto al passato, si alzava progessivamnte, poichè i l figlio veniva programmato quando c'erano le condizioni ideali per crescerlo.

Ci siamo incontrati con famiglie "anziane" da quando le  madri possono concepire con sicurezza  a cinquant'anni, grazie ad un diffuso miglioramento della qualità della vita, delle condizioni economiche, grazie ad una maggiore attenzione alla cura della salute del corpo e della mente, grazie all ricerca scientifica che introduce nuove tecniche di fecondazione e concepimento, grazie alle gravidanze e ai parti seguiti con maggiore rigore professionale, tecnologico e scientifico.
Abbiamo constatato come i bambini nascessero in un clima complessivo di aspettativa enorme, venivano programmati, desiderati, attesi con ansia; che i genitori, fin dal concepimento, proiettassero  su di loro bisogni, aspettative, esigenze, sogni, illusioni, riscatti personali.
Per i bambini si facevano investimenti emotivi, affettivi ed economici notevoli perchè i bambini sono coloro che ci rappresentano quando noi non ci saremo più, che daranno corpo alle nostre aspirazioni, alle nostre idee, alle nostre utopie.
L'infanzia, in un qualche modo, rappresenta la generezione che ci sotituirà, la nostra traccia sul mondo, testimonianza di ciò che siamo stati e che abbiamo saputo fare con lei e per lei...

 

I complessi rapporti fra genitori e figli

I bambini attesi, desiderati e amati sono coloro che "limitano" la libertà dei genitori, che li obbligano a... , che impongono dei ritmi, delle regole, dei luoghi, delle situazioni. Nella vita che ha preceduto la nascita dei figli, prima come singoli poi in coppia i genitori possono aver sperimentato diversi modi di vivere, anche fuori dagli schemi tradizionali ma, la nascita del figlio li ha obbligati a riconsiderare la propria vita, a dare un senso preciso alla propria giornata, a rientrare nelle regole perchè il bambino ha bisogno di regole, di riferimenti costanti, significativi, autorevoli.
Dai racconti delle madri e dei padri emergeva il desiderio di capire i loro figli; dal momento in cui nascevano cercavano di interpretare i loro segnali, le loro parole successive, i loro bisogni. Man mano a volte si sentivano inadeguati ad interpretarli e a rispondere loro in modo autorevole.
Il bambino infatti è un universo diverso, differente da quello adulto, diverse sono le categorie del tempo e dello spazio, della memoria e dell'attesa, manca la capacità di progettare e di fare previsioni, che si esercitano con l'esperienza e il suo ripetersi.
Dai racconti dei genitori emergeva che per comprendere il figlio o la figlia tentavano di ripercorrere la loro infanzia, ma la memoria di ognuo di noi è fortemente influenzata dal nostro presente e dalla visione del mondo costruita nel tempo.
Consapevoli che la nostra infanzia li avevano profondamente influenzati, intrecciavano i loro vissuti con quelli dei bambini, rischiando di guardarli con gli occhi dei nostri loro desideri e delle loro aspettative.
Queste ed altre riflessioniche hanno in parte caratterizzato i temi del confronto con i genitori in questi anni ovviamente non avevano un carattere assoluto e non erano esaustive ad esempio di tutta la tematica relativa alla violenza sull'infanzia che si consuma, il più delle volte. All'interno delle famiglie e che è l'espressione più eclatante della condizione infantile, vissuta fra l'ecceso d'amore e la sua assenza, fra l'odio e l'indifferenza.
Le famiglie autoritarie del passato, ancora presenti, si sovrapponevano, a quelle permissive che non avevano regole, o alle famiglie trascuranti e inesistenti.
Poi c'erano le famiglie autorevoli che si assumevano la responsabilità di decidere e di scegliere dopo aver assunto il punto di vista del figlio, con lui trattavano, negoziavano, condividevano, entravano in conflitto, lo gestivanoono, attenti a promuovere l'autonomia e la fiducia in se' del figlio/a
Dal confronto con le famiglie, emergeva sempre di più che siamo in una società in transizione ancorata al presente, più che al passato, con un futuro incerto quindi scarsamente ipotecabile.

 

Una società liquida e frammentata.

Una società largamente dominata dai media all'interno nei quali domina il mercato dei consumi di cui la pubblicità rappresenta solo in parte l'espressione dominante, con una funzione determinante per ciò che riguarda la costruzione dell'immaginario collettivo sull''infanzia, sull'adolescenza, sull'aspirazione all'eterna giovinezza degli adulti e degli anziani.
E' una induzione senza precedenti alla mercificazione del corpo e della mente e alla massificazione del gusto, dei modelli e degli stili di vita e dei valori dominanti che elimina l'etica, la coscienza e la responsabilità individuale e collettiva, eludendo l'unicità degli individui, le soggettività e le diversità che alimentano i dialoghi e gli scambi e i desideri di cambiamento.
Con la presenza dei bambini, figli di immigrati provenienti dai diversi paesi del mondo, e con gli stessi genitori provenienti da culture diverse siamo stati "costretti" nei servizi per la prima infanzia ad interrogarci sulla nostra cultura d'origine e sulle culture altre, per cercare le analogie e le differenze.
Aver messo una lente di ingrandimento sui nostri utenti ha fatto emergere non solo le differenze etniche e religiose, ma anche quelle di genere (i padri e le madri), di età, di scolarizzazione, le differenze socio/economiche e le tante soggettività all'interno di queste differenze... Un capitale umano enorme, variegato, sfaccettato con il quale abbiamo riflettuto sull'educazione alla ricerca di un terreno di intesa che avesse il respiro del futuro attraverso l'uso intelligente e lungimirante del presente
Agire in questa direzione ha significato e significa utilizzare i servizi como osservatorio e laboratorio in cui adulti e bambini potessero uscire dall'opacità e dall'indifferenziato per entrare in un territorio capace di dare visibilità e pari opportunità ad ognuno, in una prospettiva capace di generare, curiosità, attenzione e rispetto dell'altro, in cui ognuno fosse disposto ad influenzare a farsi influenzare per cercare nuovi significati sui valori della genitorialità, della famiglia, dell'educazione e dell'esistenza stessa.
In questo ambito il Coordinamento pedagogico ha fatto e continua a fare un grande investimento sul ruolo degli educatori, testimoni di competenze sociali che si esprimono attraverso la disponibilità all'ascolto, all'empatia, alla convivialità, all'esercizio della comunicazione e della relazipne che induce alla reciprocità, all'accetazione, alla fiducia, alla comprensione, alla disponibilità mentale.

Luciana Torricelli di Modena (Italia)

Antonella era entrata al nido a due anni. La madre, da poco separata dal marito, nel colloquio che precedeva l'inserimento della bambina, aveva dichiarato che per lei il momento del pasto era problematico perchè la bambina da qualche tempo rifiutava il cibo in modo ostinato e sperava che il nido l'aiutasse a risolvere il problema.
Antonella in breve tempo si era adattata alla vita della micro comunità evidenziando interesse per le attività, disponibilità a giocare con i coetanei, vivacità intellettiva e propensione alle relazioni con gli adulti e con i bambini. Al momento del pasto però continuava a rifiutare il cibo, spostando il piatto verso il centro della tavola nonostante le sollecitazioni pacate delle insegnanti e della cuoca coinvolta nella questione. La bambina sedeva compostamente a tavola, aspettava il suo turno, allontanava il piatto e aspettava che tutto finisse con tranquillità
Proposi a Davide, l'educatore di riferimento, di chiedere alla bambina in modo sistematico, tutti i giorni, perchè non mangiasse in attesa di una risposta che poteva anche non arrivare. Poi un giorno, irritata, Antonella rispose "Non mangio perchè la mamma non vuole!"
Diventò presto un argomento di confronto in sede di lavoro di gruppo dove, nel ruolo di responsabile pedagogica, consigliai gli educatori della sezione, Davide e Sabrina di fare un colloquio non direttivo con la madre; mettemmo a punto le domande volte a far parlare la madre con uno stile comunicativo non giudicante, incoraggiante e accogliente. Le domande dovevano ruotare intorno al modo in cui si svolgevano il pranzo e la cena a casa, i riti di preparazione, dove e con chi la bambina "mangiasse", lo stato d'animo che attraversava la madre in quei momenti, le parole che diceva, i toni che usava. Nelle domande stesse c'era una risposta ideale e una reale che durante la narrazione produsserro degli effetti emotivi forti perche rispondere significava prendere coscienza dei propri errori.. La madre raccontava come un fiume in piena con le lacrime agli occhi che durante la preparazione del tavolo in cui Antonella mangiava da sola perchè lei era impegnata a convincerla mangiare, la bambina scappava altrove e la madre entrava automaticamente in un tunnel d'ansia per cui diceva con toni pieni di tensione " non mi importa se mangi, almeno vieni a tavola, è inutile che io apparecchi tanto tu non mangi, pittosto che darti da mangiiare scapperei lontano, sono arrabbiata..." Rabbia, delusione senso di inadeguatezza erano i sentimenti che la dominavano prima e durante i pasti non consumati. La presa di coscienza della madre durante la sua stessa narrazione dei fatti aiutò gli educatori ad introdurre in lei l'idea che la bambina forse aveva dato al pasto un valore di negatività, di tensione, di dolore che faceva soffrire la mamma per cui non avendo gli strumenti per comprndere le dinamiche complesse della situazione lei pensava che la madre non voleva che lei mangiasse e non il contrario. Era una semplificazione giustificabilissima...
Nei giorni a seguire la madre seguì suggerimenti degli educatori, la situazione cominciò a cambiare a casa e al nido. Antonella al nido sceglieva la quantità e la qualità del cibo da mettere nel piatto, divertendosi poi a giocare nell'angolo della cucina con le bambole e gli altri bambini proprio alla preparazione e manipolazione degli alimenti. Durante il gioco simbolico con le bambole le conviceva a mangiare, dicendo loro che erano brave se lo facevano, proprio come facevano le educatrici e la cuoca con lei e la madre a casa.
Nel colloquio di fine anno scolastico la madre ringraziò gli educatori per averla sostenuta in una momento difficile della sua vita di madre, per averla incoraggiata, ascoltata, consolata, indirizzata senza giudicare e mettere in discussione i suo ruolo di madre e a recuperare oltre la serenità e il sorriso della bambina anche il piacere reciproco di consumare i pranzi e le cene insieme.

Luciana Torricelli

La metacomunicazione è una comunicazione "sulla" comunicazione. In altre parole, serve ad esplicitare, ciò che  sta dietro al messaggio inviato, può trattarsi di uno scherzo, può essere l'espressione di un disagio, può stabilire un ordine che si esige venga rispettato. In un certo senso ha il valore della premessa finalizzata a favorire l'accettazione del messaggio.

Ad esempio, quando l'educatrice affronta con i genitori il tema dell'inserimento al nido, come premessa dovrebbe parlare di alcune teorie sul legame d'attacamento madre-bambino  che influenzano le metodologie e le scelte organizzative che sta per esplicitare.  La premessa (teorie) fungono da metacomunicazione per far accettare il contenuto del messaggio relativo alle metodologie dell'inserimento.

Altro esempio. L'educatrice deve comunicare ad un genitore che il bambino è stato aggredito da un coetaneo... " Vivere in comunità significa impare ad affrontare i conflitti e le loro conseguenze, a volte i bambini sono aggressori, a volte sono aggrediti, non ostante la presenza costante dell'insegnante (metacomunicazione). Tuo figlio è stato ferito dal morso di un coetaneo, ha pianto, lo abbiamo medicato e consolato, ora va molto meglio (messaggio)

La prima consapevolezza che l'educatrice del nido  dovrebbe avere quando affronta l'inserimento di un bambino è il fatto che la coppia madre/bambino sta per iniziare la sua prima esperienza di "separazione" e  che per lei ogni bambino  da inserire rappresenta un nuovo incontro con tutte le sue incognite. Nel colloquio che precede l'inserimento del bambino, l'educatrice e il genitore si misurano, si scrutano, tesi entrambi a capire  da una parte le persona  a cui si affida il proprio figlio, ancora molto piccolo, dall'altra la persona con la quale stabilire un rapporto di  alleanza e di fiducia. E' il momento, per l'educatrice, della raccolta delle prime informazioni sulle abitudini del bambino, ma anche dell'attesa di quanto e cosa l'altro/a ci vuole dire di se e del suo bambino. Le prime informazioni sono il terreno nel quale cresce e si arricchisce la relazione a tre: madre/bambino/educatrice, poichè ogni madre ed ognambino  costituiscono  una coppia speciale ed ogni educatrice che entra in questa relazione contribuisce a formare una triade speciale.

Non è possibile infatti omologare gli interventi in quanto le domande, le risposte, le aspettative, la comunicazione e la relazione vanno, nei contenuti e nelle forme, commisurate agli interlocutori e alle situazioni diverse, appunto, per la loro unicità.

E' immediatamente evidente la reciprocità che caratterizza questo momento: la relazione ha, inevitabiolmente, due poli, entrambe coinvolti, che si mettono in gioco: ciascuno dei due conosce l'altro e si rivela all'altro.

Le tecniche di C.R.Rogers, relative al concetto di non direttività possono ritornare utli all'educatrice/insegnante...

La non direttività presuppone che l'attenzione di chi conduce il colloquio sia centrata sull'interlocutore,  sulle sue aspettative, sulle sue motivazioni, sui suoi vissuti, sul suo modo originale di affrontare i problemi, sull'accettazione incondizionata, sulla non valutazione  con un atteggiamento permissivo, di attenzione ai suoi tempi, alle sue modalità di interazione, in modo da intervenire in modo pertinente durante il colloquio, nel caso in cui si blocchi la comunicazione

Chi conduce il colloquio dovrebbe limitare i suoi interventi, accettando i sentimenti già espressi dall'altro spontaneamente, promuovendo, in caso di necessità, ulteriori approfondimenti o chiarificazioni.

Lo sviluppo delle competenze comunicative dovrebbe essere considerato lo scopo principale del  progetto pedagogico di una comunità educante quale il Nido e la Scuola d'Infanzia.

La comunicazione rappresenta la base di ogni vita sociale e, in paricolare, ogni vita associativa sarebbe inimmaginabile senza la comunicazione verbale.

Saper comunicare significa sapersi esprimere; sapersi esprimere significa farsi capire e per farsi capire occorre suscitare interesse  in chi ascolta.

Per comunicare occorre anche saper ascoltare e saper riconoscere le reazioni del destinatario della comunicazione per migliorare, se necesssario, il contenuto, le strategie e lo stile della comunicazione

La comunicazione  è stata definita da Paul.Watzlawick la "conditio sine qua non" dell'esistenza umana. Tutto il comportamento quindi è comunicazione: si può comunicare con il corpo, con ele parole, con le distanze, con le vicinanze, con i silenzi e con le assenze.

Allo stesso modo, tutta la comunicazione influenza il comportamento e ne è influenzato, in altre parole, non è possibile non influenzare attraverso la comunicazione.

La professionalità dell'educatrice e dell'insegnante devono necessariamente fare i conti con queste consapevolezze per coglierne la complessità poichè comunicare non vuole dire solo informare ma trasmettere, trasferire, far vedere, condizionare, partecipare, condividere, mettere in comune, scambiare come sistema dinamico, flessibile, modificabile interattivo.

Bibliografia

AA.VV. GRASS L. L’arte di parlar bene Sperling & Kupfer 1992
MC LUHAN M. Gli strumenti del comunicare Net 2002
OLIVERIO A. L’arte di imparare Rizzoli 1999
VOLLI U. Il libro della comunicazione Saggiatore 1994
WATZLAWICH P. Di bene in peggio Feltrinelli 1994
WATZLAWICH P. Istruzioni per rendersi infelici Feltrinelli 1994
WATZLAWICH P. BEAVIN J.H. JACKSON D.D. Pragmatica della comunicazione umana Astrolabio 1971
WATZLAWICH P. WEAKLAND J.H. FISH R. Change Astrolabio 1974


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