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Archivi: cooperazione educativa

Nella lunga esperienza maturata nei servizi per la prima infanzia ho avuto la grande opportunità di cogliere e studiare le metamorfosi della famiglia negli ultimi decenni e di agire, nella prospettiva della metodologia della "ricerca/azione" sulle trasformazioni famigliari e sociali in atto.

Sorretta nel mio cammino professionale dall'antropologia culturale, dalla sociologia e dalle teorie della comunicazione con le mie colleghe, nel corso degli anni, ho messo a punto un impianto partecipativo indirizzato ai genitori che ha permesso al team pedagogico di dialogare, confrontarsi, ascoltare e osservare e conoscere un territorio umano straordinario da utilizzare come risorsa capace di alimentare il percorso evolutivo dei servizio stesso, con la mediazione delle educatrici.
Abbiamo così imparato che la concezione dell'infanzia, del ruolo e delle responsabilità dei genitori sono varie, come diversi sono i concetti culturali intorno alle cure, all'educazione dei bambini e alle relazioni sociali necessarie a sostenere il loro sviluppo.
Le condizioni socio-culturali sembrano giocare un ruolo determinante nell'indirizzare la costruzione di relazioni fra bambini e adulti forti, significative, di buon livello sotto il profilo cognitivo e affettivo.
Il livello di civiltà di una comunità si evince infatti dalla centralità della collocazione dei bambini, dai tempi e dagli spazi che vengono loro assegnati, dalla quantità e dalla qualità delle relazioni di cui possono godere.
I più recenti studi comparativi nel campo della psicologia culturale evidenziano il fatto che le scelte che riguardano la cura dei bambini e la loro socializzazione, compresa la determinazione di decisioni universali come chi sta vicino al bambino prima e durante il sonno e al suo risveglio, rappresentano azioni simboliche finalizzate a realizzare i valori  e gli ideali più profondi di una comunità.
Abbiamo visto nella nostra ricerca che quando un bambino entra in un servizio per la prima infanzia porta con se una storia più o meno breve che lo ha profondamente influenzato di cui è necessario tenere conto per condurlo in un viaggio in cui sarà chiamato a separarsi temporaneamente dalle persone che lo accudiscono in famiglia e a incontrare altri bambini e altri adulti capaci di arricchire e influenzare il suo sviluppo sociale.
Sarà chiamato a vivere esperienze cognitive ed affettive in due contesti diversi, quello famigliare e quello sociale che aspirano entrambe a sostenerlo nella costruzione della sua prima identità.
Era indispensabile individuare e realizzare un progetto di servizio capace di offrire spazi e tempi di dialogo e di scambio fra questi contesti, per conoscersi, per confrontarsi sulle reciproche idee ed azioni, sui valori che li guidavano, per riflettere sui ruoli reciproci (educatori, madri e padri, nonni), alla ricerca di un terreno di intesa sul concetto di qualità della vita infantile, di benessere, di educazione e sulle congruenti azioni da realizzare, ognuno nei propri ambiti.
Ci siamo così incontrate con la solitudine dei genitori, con la scomparsa della famiglia intergenerazionale allargata, e con la comparsa della famiglia allargata trasversale, con i genitori single per scelta, con genitori separati, con famiglie diverse  per cultura, età, livello di scolarizzazione, provenienza etnica e linguistica.
Abbiamo appurato come la scelta di avere uno o più bambini fosse determinata dalla sicurezza economica, dal lavoro sicuro, dalla presenza dei servizi, dal sostegno dei nonni.
Abbiamo assistito a fluttuanti fenomeni di denatalità arginata parzialmente dalle famiglie immigrate più prolifiche, abbiamo visto che l'età media dei genitori, più scolarizzati rispetto al passato, si alzava progessivamnte, poichè i l figlio veniva programmato quando c'erano le condizioni ideali per crescerlo.

Ci siamo incontrati con famiglie "anziane" da quando le  madri possono concepire con sicurezza  a cinquant'anni, grazie ad un diffuso miglioramento della qualità della vita, delle condizioni economiche, grazie ad una maggiore attenzione alla cura della salute del corpo e della mente, grazie all ricerca scientifica che introduce nuove tecniche di fecondazione e concepimento, grazie alle gravidanze e ai parti seguiti con maggiore rigore professionale, tecnologico e scientifico.
Abbiamo constatato come i bambini nascessero in un clima complessivo di aspettativa enorme, venivano programmati, desiderati, attesi con ansia; che i genitori, fin dal concepimento, proiettassero  su di loro bisogni, aspettative, esigenze, sogni, illusioni, riscatti personali.
Per i bambini si facevano investimenti emotivi, affettivi ed economici notevoli perchè i bambini sono coloro che ci rappresentano quando noi non ci saremo più, che daranno corpo alle nostre aspirazioni, alle nostre idee, alle nostre utopie.
L'infanzia, in un qualche modo, rappresenta la generezione che ci sotituirà, la nostra traccia sul mondo, testimonianza di ciò che siamo stati e che abbiamo saputo fare con lei e per lei...

 

I complessi rapporti fra genitori e figli

I bambini attesi, desiderati e amati sono coloro che "limitano" la libertà dei genitori, che li obbligano a... , che impongono dei ritmi, delle regole, dei luoghi, delle situazioni. Nella vita che ha preceduto la nascita dei figli, prima come singoli poi in coppia i genitori possono aver sperimentato diversi modi di vivere, anche fuori dagli schemi tradizionali ma, la nascita del figlio li ha obbligati a riconsiderare la propria vita, a dare un senso preciso alla propria giornata, a rientrare nelle regole perchè il bambino ha bisogno di regole, di riferimenti costanti, significativi, autorevoli.
Dai racconti delle madri e dei padri emergeva il desiderio di capire i loro figli; dal momento in cui nascevano cercavano di interpretare i loro segnali, le loro parole successive, i loro bisogni. Man mano a volte si sentivano inadeguati ad interpretarli e a rispondere loro in modo autorevole.
Il bambino infatti è un universo diverso, differente da quello adulto, diverse sono le categorie del tempo e dello spazio, della memoria e dell'attesa, manca la capacità di progettare e di fare previsioni, che si esercitano con l'esperienza e il suo ripetersi.
Dai racconti dei genitori emergeva che per comprendere il figlio o la figlia tentavano di ripercorrere la loro infanzia, ma la memoria di ognuo di noi è fortemente influenzata dal nostro presente e dalla visione del mondo costruita nel tempo.
Consapevoli che la nostra infanzia li avevano profondamente influenzati, intrecciavano i loro vissuti con quelli dei bambini, rischiando di guardarli con gli occhi dei nostri loro desideri e delle loro aspettative.
Queste ed altre riflessioniche hanno in parte caratterizzato i temi del confronto con i genitori in questi anni ovviamente non avevano un carattere assoluto e non erano esaustive ad esempio di tutta la tematica relativa alla violenza sull'infanzia che si consuma, il più delle volte. All'interno delle famiglie e che è l'espressione più eclatante della condizione infantile, vissuta fra l'ecceso d'amore e la sua assenza, fra l'odio e l'indifferenza.
Le famiglie autoritarie del passato, ancora presenti, si sovrapponevano, a quelle permissive che non avevano regole, o alle famiglie trascuranti e inesistenti.
Poi c'erano le famiglie autorevoli che si assumevano la responsabilità di decidere e di scegliere dopo aver assunto il punto di vista del figlio, con lui trattavano, negoziavano, condividevano, entravano in conflitto, lo gestivanoono, attenti a promuovere l'autonomia e la fiducia in se' del figlio/a
Dal confronto con le famiglie, emergeva sempre di più che siamo in una società in transizione ancorata al presente, più che al passato, con un futuro incerto quindi scarsamente ipotecabile.

 

Una società liquida e frammentata.

Una società largamente dominata dai media all'interno nei quali domina il mercato dei consumi di cui la pubblicità rappresenta solo in parte l'espressione dominante, con una funzione determinante per ciò che riguarda la costruzione dell'immaginario collettivo sull''infanzia, sull'adolescenza, sull'aspirazione all'eterna giovinezza degli adulti e degli anziani.
E' una induzione senza precedenti alla mercificazione del corpo e della mente e alla massificazione del gusto, dei modelli e degli stili di vita e dei valori dominanti che elimina l'etica, la coscienza e la responsabilità individuale e collettiva, eludendo l'unicità degli individui, le soggettività e le diversità che alimentano i dialoghi e gli scambi e i desideri di cambiamento.
Con la presenza dei bambini, figli di immigrati provenienti dai diversi paesi del mondo, e con gli stessi genitori provenienti da culture diverse siamo stati "costretti" nei servizi per la prima infanzia ad interrogarci sulla nostra cultura d'origine e sulle culture altre, per cercare le analogie e le differenze.
Aver messo una lente di ingrandimento sui nostri utenti ha fatto emergere non solo le differenze etniche e religiose, ma anche quelle di genere (i padri e le madri), di età, di scolarizzazione, le differenze socio/economiche e le tante soggettività all'interno di queste differenze... Un capitale umano enorme, variegato, sfaccettato con il quale abbiamo riflettuto sull'educazione alla ricerca di un terreno di intesa che avesse il respiro del futuro attraverso l'uso intelligente e lungimirante del presente
Agire in questa direzione ha significato e significa utilizzare i servizi como osservatorio e laboratorio in cui adulti e bambini potessero uscire dall'opacità e dall'indifferenziato per entrare in un territorio capace di dare visibilità e pari opportunità ad ognuno, in una prospettiva capace di generare, curiosità, attenzione e rispetto dell'altro, in cui ognuno fosse disposto ad influenzare a farsi influenzare per cercare nuovi significati sui valori della genitorialità, della famiglia, dell'educazione e dell'esistenza stessa.
In questo ambito il Coordinamento pedagogico ha fatto e continua a fare un grande investimento sul ruolo degli educatori, testimoni di competenze sociali che si esprimono attraverso la disponibilità all'ascolto, all'empatia, alla convivialità, all'esercizio della comunicazione e della relazipne che induce alla reciprocità, all'accetazione, alla fiducia, alla comprensione, alla disponibilità mentale.

Luciana Torricelli di Modena (Italia)

La giovane e bella insegnante di musica, arrivava al nido con la sua chitarra chiusa nella sua casetta/involucro il mercoledì di ogni settimana suddividendo il suo tempo di 2 ore e 30 nelle tre sezioni.
I bambini la aspettavano con ansia e piacere alimentati dalle educatrici. il giorno e l'ora prima del suo arrivo... Elisabetta alle 9 puntualmente entrava nel grande atrio. Nella mano destra teneva la maniglia del contenitore della chitarra, salutava i bambini, si sedeva sul tappeto chiamandoli a se e dava inizio al rito...
"La chitarra sta riposando, adesso bussiamo alla porta della sua casetta e le chiediamo se vuole "giocare" con noi..." Qualche bambino si avvicinava audacemente, bussava lievemente, nella suspence collettiva... silenzio...Poi magistralmente Elisabetta estraeva un paio di note, inserendo una mano nell'involucro: La chitarra aveva accettato di giocare, i bambini saltavano e battevano le mani, mentre Elisabetta faceva uscire la chitarra lentamente e con cura, la accarezzava... e strimpellava un breve motivetto, sempre quello, che i bambini avrebbero memorizzato, previsto, ricordato... 10 minuti...Poi via... ognuno nella sua sezione, dove le educatrici avevano organizzato lo spazio e i materiali.
La maggior parte di essi erano stati realizzati con materiali di recupero nelle serate di lavoro con i genitori. I tempi erano stati suddivisi in modo tale da rispettare la reale disponibilità dei bambini alla concentrazione e all'attenzione per cui maggiore era il tempodedicato ai grandi e, a scalare, più breve il tempo dedicato ai piccoli..
Le attività, i materiali, le attrezzature sonore facevano riferimento ad un progetto elaborato da me e dall'insegnante di musica e perfezionato sotto il profilo organizzativo dalle educatrici, in sede di collettivo. Presentato successivamente nel Consiglio di gestione, aveva trovato nei genitori non solo degli interlocutori attenti ed interessati, ma anche delle persone disponibili a disegnare e a realizzare oggetti sia al nido che a casa, a seconda delle loro abilità e competenze.
Alle 11.30 Elisabetta rimetteva la chitarra nella sua casetta, dopo aver salutato i bambini con il motivetto che aveva segnato l'inizio della giornata musicale. I bambini più grandi la accompagnavano alla porta e poi correvano in bagno per le pratiche igieniche che precedevano il pranzo.

Il tunnel sonoro realizzato nella sezione dei bambini più piccoli ò una macro struttura arredo a forma tubolare che i bambini quando cominciano a gattonare utilizzano per il piacere di entrare ed uscire. All'interno di questo tunnel erano stati collocati oggetti di metallo, di legno, di plastica e di vetro rigidi dalle diverse sonorità che i bambini incontravano casualmente inoltrandosi nella struttura. Toccando gli oggetti estraevano dei suoni che li incuriosivano al punto tale da farli sostare all'interno per giocare oppure uscivano per rientrare ripetendo intenzionalmente l'esperienza.

La foresta sonora invece era una macro struttura alta circa un metro e trenta di forma cubica, collocata nella sezione dei bambini dai 12 ai 24 mesi, con un'entrata e una uscita, a cui si accedeva attraverso un percorso costellato di elementi sonori più comlpessi. I bambini comncinciano a camminare con movimenti sempre più sicuri, la loro posizione verticale permette loro di raggiungere altezze diverse, la loro manualità è più affinata, la loro curiosità e concentrazione sono più accentuate per cui il movimento è finalizzato alla scoperta, all'azione/reazione che sono implicito.

Il suono, il ritmo e il movimento nella sezione dei più grandi appartenevano all'esperienza che nasceva dall'aver conosciuto e maniploato il suono estrapolandolo dagli oggetti appartenenti alla realtà che ci circonda, il suono, abbiinato al movimento. diventava ritmo e i ritmo diventava melodia e musica. I bambini venivano invitati a muovere il corpo e a fermarsi seguendo il suono/ritmo/ pausa, all'inteno di geometrie e perimetri collocati nella sezione e utilizzando oggetti semplici come legnetti e coperchi.
L'ascolto della musica veniva proposto nei momenti di relax, in particolare quelli che precedevano il sonno pomeridiano o come sottofondo sonoro nella sezione dei piccoli.
Luciana Torricelli - Modena -

Principi e intenzioni

La partecipazione dei genitori al nido rappresenta il territorio del confronto, della condivisione, dall’assunzione di una responsabilità collettiva e individuale finalizzati a favorire nei bambini i primi processi di apprendimento, in un contesto ludico e aggregativo. Partecipare significa esserci, mettersi in gioco, significa discutere e negoziare, significa elaborare e portare a sintesi, significa scegliere, prendere posizioni, significa prendere decisioni o contribuire ad orientare le decisioni. Partecipare forse vuole dire molte altre cose ma al nido partecipare significa esercitare soprattutto un diritto e un dovere, quello di tutelare e promuovere i diritti del proprio figlio e contemporaneamente di tutti i bambini.

La partecipazione dei genitori nel corso degli anni è cambiata con le traformazioni delle famiglie, degli stili di vita, delle aspettative, con la trasformazione del servizio e, con essa, l’affermazione della cultura dell’infanzia, della cultura dei diritti dei bambini e attraverso l’elaborazione di una nuova concezione dello sviluppo del bambino.

La partecipazione ha perso la connotazione iniziale, prevalentemente politica, per assumere quella culturale e pedagogica, in virtù dell’affermazione del progetto pedagogico che negli anni si andava ridefinendo, introducendo forme e strategie più personalizzate di confronto fra educatori e genitori, fra genitori e genitori, fra genitori e amministratori, complementari a quelle più allargate o rappresentative (assemmblee, consigli di gestione e interconsigli) che avevano fortemente caraterizzato gli anni della “conquista”socio politica dei Nidi.

Stiamo parlando dei servizi per la prima infanzia in Emilia – Romagna, a Modena, in particolare il cui primo nido è nato nel 1969, grazie alla spinta di un forte movimento popolare. La partecipazione è quindi nel DNA di questo territorio.
Gli educatori attraverso percorsi di formazione di carattere multidisciplinare, hanno acquisito nel tempo competenze finalizzate a definire, all’interno del progetto partecipativo, contenuti, obiettivi, stili di conduzione degli incontri, organizzazione finalizzata di tempi, strumenti e spazi


I contesti, i contenuti e le forme della partecipazione dei genitori. La prima sede della partecipazione è il collettivo, il gruppo di lavoro e in quel contesto si definisce il percorso partecipativo dei genitori.

Il colloquio = dimensione individuale della partecipazione finalizzata ad affrontare il percorso evolutivo di ogni bambino e condividerne i vari passaggi, attivando anche la
prospettiva problematica. il colloquio è informazione reciproca fra educatrice e
genitore e, a seconda dell’obiettivo da raggiungere, può essere condotto con tecniche
direttive o non direttive.
L’incontro di sezione = vengono invitati i genitori della sezione , nucleo che può essere suddiviso a seconda dei temi che si vogliono affrontare seguendo gli interessi dei genitori. I temi riguardano i gruppi di bambini, i piani di lavoro e
condotte e le esperienze vissute dal gruppo e la ricaduta nel tempo
vissuto in famiglia Le tecniche di conduzione vanno dirette al dialogo fra
educatrici e genitori e genitori e genitori., poiché nel rapporto con
l’educatrice il genitore si identifica, nel rapporto con l’altro, il genitore si
specchia.
Il consiglio di gestione = organismo rappresentativo dei genitori del nido ha il compito di elaborare il percorso annuale partecipativo del servizio, in stretta
relazione con le istanze maturate in sede di incontri di sezione.
Il presidente in sede di interconsiglio si fa portavoce delle istanze delle
problematiche espresse in sede di consiglio del nido.
L’assemblea dei genitori = vengono chiamati tutti i genitori per confronti di carattere culturale, di carattere pedagogico o per discutere questione relative l’organizzazione
del servizio e le sue trasformazioni.                                                                                      Le serate di lavoro = vengono invitati i genitori delle diverse sezioni per realizzare oggetti, manufatti destinati a tutti i bambini o al nido e per organizzare le feste. E’
momento di partecipazione e di aggregazione informale con implicazioni
ludiche.                                                                                                                                         La festa = momento esplicitamente ludico e aggregativi per tutti i bambini , i genitori, i parenti e la comunità esterna.                                                                             L’interconsiglio = formato dai presidenti di tutti i consigli dei servizi zerotre anni pubblici e convenzionati, e un organismo che viene invitato ad affrontare problematiche
relative il “Servizio” in confronti con la Direzione politica, tecnica e
amministrativa

Nel corso degli anni la Partecipazione è diventato a osservatorio e laboratorio sulle trasformazioni famigliari e sociali, cosa che ha permesso di realizzare modelli organizzativi articolati e flessibili capaci di promuovere in un giusto equilibrio la qualità dei bambini e delle loro famiglie.


 

La metacomunicazione è una comunicazione "sulla" comunicazione. In altre parole, serve ad esplicitare, ciò che  sta dietro al messaggio inviato, può trattarsi di uno scherzo, può essere l'espressione di un disagio, può stabilire un ordine che si esige venga rispettato. In un certo senso ha il valore della premessa finalizzata a favorire l'accettazione del messaggio.

Ad esempio, quando l'educatrice affronta con i genitori il tema dell'inserimento al nido, come premessa dovrebbe parlare di alcune teorie sul legame d'attacamento madre-bambino  che influenzano le metodologie e le scelte organizzative che sta per esplicitare.  La premessa (teorie) fungono da metacomunicazione per far accettare il contenuto del messaggio relativo alle metodologie dell'inserimento.

Altro esempio. L'educatrice deve comunicare ad un genitore che il bambino è stato aggredito da un coetaneo... " Vivere in comunità significa impare ad affrontare i conflitti e le loro conseguenze, a volte i bambini sono aggressori, a volte sono aggrediti, non ostante la presenza costante dell'insegnante (metacomunicazione). Tuo figlio è stato ferito dal morso di un coetaneo, ha pianto, lo abbiamo medicato e consolato, ora va molto meglio (messaggio)

La prima consapevolezza che l'educatrice del nido  dovrebbe avere quando affronta l'inserimento di un bambino è il fatto che la coppia madre/bambino sta per iniziare la sua prima esperienza di "separazione" e  che per lei ogni bambino  da inserire rappresenta un nuovo incontro con tutte le sue incognite. Nel colloquio che precede l'inserimento del bambino, l'educatrice e il genitore si misurano, si scrutano, tesi entrambi a capire  da una parte le persona  a cui si affida il proprio figlio, ancora molto piccolo, dall'altra la persona con la quale stabilire un rapporto di  alleanza e di fiducia. E' il momento, per l'educatrice, della raccolta delle prime informazioni sulle abitudini del bambino, ma anche dell'attesa di quanto e cosa l'altro/a ci vuole dire di se e del suo bambino. Le prime informazioni sono il terreno nel quale cresce e si arricchisce la relazione a tre: madre/bambino/educatrice, poichè ogni madre ed ognambino  costituiscono  una coppia speciale ed ogni educatrice che entra in questa relazione contribuisce a formare una triade speciale.

Non è possibile infatti omologare gli interventi in quanto le domande, le risposte, le aspettative, la comunicazione e la relazione vanno, nei contenuti e nelle forme, commisurate agli interlocutori e alle situazioni diverse, appunto, per la loro unicità.

E' immediatamente evidente la reciprocità che caratterizza questo momento: la relazione ha, inevitabiolmente, due poli, entrambe coinvolti, che si mettono in gioco: ciascuno dei due conosce l'altro e si rivela all'altro.

Le tecniche di C.R.Rogers, relative al concetto di non direttività possono ritornare utli all'educatrice/insegnante...

La non direttività presuppone che l'attenzione di chi conduce il colloquio sia centrata sull'interlocutore,  sulle sue aspettative, sulle sue motivazioni, sui suoi vissuti, sul suo modo originale di affrontare i problemi, sull'accettazione incondizionata, sulla non valutazione  con un atteggiamento permissivo, di attenzione ai suoi tempi, alle sue modalità di interazione, in modo da intervenire in modo pertinente durante il colloquio, nel caso in cui si blocchi la comunicazione

Chi conduce il colloquio dovrebbe limitare i suoi interventi, accettando i sentimenti già espressi dall'altro spontaneamente, promuovendo, in caso di necessità, ulteriori approfondimenti o chiarificazioni.

Anche la gestione sociale si trasformava: il presidente del comitato di gestione, che fino a quel momento aveva svolto un ruolo decisivo, di promozione sociale, di controllo e presidio sia del personale che dei genitori in rapporto col quartiere e l’amministrazione, passa il testimone alla coordinatrice, riposizionandosi sulla dimensione più politica del ruolo.
Il rapporto coi genitori, in particolare con gli organismi della gestione sociale non è stato sempre facile… Le discussioni più accese riguardavano i poteri del comitato di gestione.
Il comitato di gestione aveva potere di decisione o era un organismo di tipo consultivo, rispetto all’Amministrazione.
Quali erano i poteri reali e dove stavano i confini di questi poteri? I rappresentanti dei genitori potevano far parte dei collettivi? L’autogestione poteva essere un’esperienza praticabile?
Erano gli anni della grande tensione sociale, in cui la partecipazione era un fatto corale, ricco di implicazioni politiche, in cui la maggior parte dei genitori erano operai, erano gli anni dell’occupazione pacifica del Consiglio comunale contro il decreto Stammati, attraverso il quale il Governo chiedeva agli Enti Locali di aumentare le rette degli asili nido in modo eccessivo rischiando di penalizzare le famiglie meno abbienti.
La difesa degli asili nido a livello nazionale nei confronti del governo era accompagnata dalla spinta alla costruzione di un rapporto istituzionale significativo a livello locale con la scuola dell’infanzia, maggiormente accreditata come “scuola”. Più deboli sotto il profilo istituzionale sentivamo allora il bisogno di costruire un’alleanza forte che delineasse un percorso di continuità per il bambino da zero a sei anni. Dialogo difficile più volte interrotto… Ricordo la nostra rabbia, l’umiliazione che vivevamo di fronte alle disconferme esplicite ed implicite, ma ricordo anche il desiderio di non rinunciare mai all’idea.
Il passaggio degli asili nido dall’assessorato ai servizi sociali all’assessorato all’Istruzione nel 1983 non facilitò la costruzione di rapporti significativi fra i due servizi, pur in presenza di una (debole) volontà politica .
La “mission” e la fedeltà ad un ideale sociale a cui tendere coesistevano, nonostante tutto, con il piacere di svolgere un’attività che oggi più che mai ritengo straordinaria, perché giocata sulle relazioni, sulle emozioni, sui successi e sugli insuccessi, sui pianti, sulle angosce, sulle preoccupazioni, sulle responsabilità, ma anche sulle leggerezza, sull’ironia, sul gioco.
Ci sono state relazioni con madri e padri che hanno segnato profondamente il nostro cammino professionale ed umano.
Credo che per molte madri e molti padri abbiamo rappresentato un importante riferimento affettivo e culturale nel viaggio intorno alla costruzione della loro identità di genitori.
I bambini percepivano questa ricca rete di relazioni fra adulti che pensavano ad alta voce, che discutevano e agivano per costruire il loro benessere? Credo di sì.
So, attraverso il racconto di due genitori, che il loro figlio, quando aveva sette anni, ha detto compunto ad una amica di famiglia in attesa di un bambino, toccandole la pancia : “quando nasce tuo figlio, portalo al nido “Bonaccini”, lì i bambini stanno bene e poi c’è una mia amica che si chiama Luciana che ti può aiutare”.
Quella sua amica ero io che evidentemente gli ricordavo il nido, cioè un luogo affidabile, amichevole e solidale: io dalla parte dei bambini. Credo che questa sia stata una delle conferme più belle e sincere che ho ricevuto nel mio percorso professionale.

Credo che la soddisfazione professionale più grande per un educatore della prima infanzia sia quella di vedere i bambini che ha seguito crescere e diventare piccole persone all’interno della comunità. L’inserimento scolastico della prima infanzia fornisce al bambino la possibilità di uscire dall’ambito familiare e di sperimentarsi all’interno di una comunità all’interno della quale acquisisce gradualmente una serie di piccole autonomie che costituiscono però un allenamento fondamentale alle esperienze che dovrà affrontare crescendo.

A scuola un bambino impara a gestire uno spazio personale che gli viene assegnato, impara ad andare da solo in bagno, ad avere cura prima delle sue cose e poi anche di quelle degli altri, a livello relazionale impara prima a fare le cose insieme ad altri e poi anche a pensarle insieme ai suoi compagni. Il processo di responsabilizzazione del bambino avviene sempre in modo graduale e attraverso compiti semplici che mettono alla prova e tastano il suo livello di attenzione e di motivazione verso le attività che vengono svolte a scuola.

Così capita ad esempio che si chieda al bambino di portare da casa degli oggetti da utilizzare nei lavori di classe o di affidargli delle comunicazioni da dare oralmente ai genitori. In questo senso è fondamentale che ci sia un rapporto di fiducia e di collaborazione con le famiglie, che i genitori seguano i figli lasciando loro il giusto spazio in cui mettersi alla prova.

Per un sano sviluppo del bambino è fondamentale far confluire in una visione di insieme il punto di vista allargato che ha l’educatore lavorando con lui in una dimensione collettiva con il punto di vista specifico del genitore che educa il bambino in un contesto privato. Devo dire che per un insegnante è una grossa soddisfazione infatti anche registrare la diversità di atteggiamento e consapevolezza che un genitore ha verso il proprio figlio tra quando arriva con lui per la prima volta nella scuola dell’infanzia e quando ne esce definitivamente accompagnandolo verso la scuola primaria.
Roberta, Coordinatrice didattica, 42 anni, Paese: Italia
 

Quando un bambino esprime delle difficoltà in fase di inserimento concentriamo la nostra attenzione non solo nella relazione con lui, ma anche sul rapporto con i genitori. Nella maggior parte dei casi infatti i piccoli esprimono il disagio trasmesso loro dai grandi. A volte i genitori fanno fatica ad affidare i propri figli agli operatori della scuola perché sono ansiosi o perché vivono male il distacco dal figlio. In effetti non è detto che il trauma da distacco si verifichi solo per i bambini, a volte può esserci anche da parte dei genitori e in questo caso è necessario compiere uno sforzo maggiore per instaurare con la famiglia quel rapporto di fiducia senza il quale non si realizzano gli obiettivi educativi propri dell’iter scolastico.

A volte nel contesto scolastico ci sono bambini che hanno comportamenti aggressivi. Ogni caso è a sé e quindi è premura di noi operatori capire le ragioni di questi atteggiamenti. Negli anni però ho capito che molto spesso i bambini usano l’aggressività quando non sanno esprimere a parole un’intenzione o un sentimento; non a caso infatti manifestazioni d’aggressività si registrano più numerose al nido quando le competenze linguistiche dei bambini sono in via di formazione.

Tra l’altro va sottolineato che non sempre i comportamenti aggressivi nei bambini esprimono sentimenti negativi, capita spesso anzi che un vigoroso abbraccio fatto da un bimbo, magari ben piazzato, a un bimbo mingherlino che mal sopporta gesti forti, rappresenti una manifestazione d’affetto oppure che un bambino della primissima infanzia morda un compagno semplicemente perché impegnato nell’azione di sperimentazione e conoscenza del mondo fisico che lo circonda propria della sua età.

In questi ed altri casi noi insegnanti chiediamo solitamente al bambino di spiegarci il perché del suo gesto, di dirci quali erano le sue intenzioni o motivazioni. Quando emergono gli spieghiamo dove ha sbagliato e qual’era il comportamento corretto da tenere in quella situazione. Se invece il bambino è troppo piccolo e non riesce a dare una spiegazione al suo gesto allora siamo noi che proviamo a interpretarlo per poi fargli capire l’errore e spiegargli come comportarsi la prossima volta.
Roberta, Coordinatrice didattica, 42 anni, Paese: Italia

Le situazioni lavorative più difficili riferite ai bambini le ho vissute invece con quelli rimasti orfani.

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Sono un'educatrice di un nido di Casalecchio e vorrei raccontarvi una serata "di lavoro" un pò speciale. Non è facile organizzare una festa per bambini di due anni ne tantomeno coinvolgere in un'impresa del genere i loro genitori, sempre presi da impegni familiari e di lavoro.

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Si, l’anno scorso ho vissuto un’esperienza bellissima. Con le colleghe e tutti i bambini della Scuola dell’infanzia abbiamo organizzato una gita fuori porta speciale. Siamo rimasti a dormire una notte fuori casa a Villa Ghigi. Quindi ogni bambino era munito di un sacco a pelo, la sera abbiamo cucinato le salsicce all’aperto, ci è capitato di vedere un cerbiatto e delle lucciole, abbiamo guardato le stelle e la luna che quella sera era piena.

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