Dal 1977 al 1999 ho realizzato il mio viaggio professionale nei servizi per la prima infanzia tradizionali, dei servizi flessibili comunali, referente pedagogico del rapporto e controllo dei servizi privati/convenzionati in collaborazione con le pedagogiste di tali servizi, ho partecipato come relatrice a convegni e seminari di studio in alcuni comuni della regione Emilia-Romagna e di altre regioni. A Bruxelles ho avuto l’opportunità di organizzare e realizzare un progetto di formazione per educatrici e pedagogiste del servizio zeroseiani della Comunità Europea. Nel 1999 ho chiusola mia esperienza nei servizi per la prima infanzia per affrontare una nuova sfida come responsabile pedagogica del progetto “Modena città educativa, amica dei bambini e degli adolescenti”. Nel 2001 sono stata coinvolta in Regione Emilia-Romagna, nel progetto sule città sostenibili, amiche dell’infanzia e dell’adolescenza.
Interessante esperienza che mi ha permesso di sperimentare in una sorta di gioco di vasi comunicanti, fra ente locale e regione una progettualità connotata dalla ricerca-azione, utile ad entrambe i soggetti istituzionali e soprattutto utile alla promozione della “Carta universale dei diritti dei cittadini in età evolutiva del 1989”
Tutto ciò fino al 9 gennaio 2008.
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2011 10 mar
Dal 1999 al 2009, dalla parte dei diritti bambini e degli adolescenti (parte 5)
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2011 10 mar
Io dalla parte dei bambini: i genitori (parte 4)
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Anche la gestione sociale si trasformava: il presidente del comitato di gestione, che fino a quel momento aveva svolto un ruolo decisivo, di promozione sociale, di controllo e presidio sia del personale che dei genitori in rapporto col quartiere e l’amministrazione, passa il testimone alla coordinatrice, riposizionandosi sulla dimensione più politica del ruolo.
Il rapporto coi genitori, in particolare con gli organismi della gestione sociale non è stato sempre facile… Le discussioni più accese riguardavano i poteri del comitato di gestione.
Il comitato di gestione aveva potere di decisione o era un organismo di tipo consultivo, rispetto all’Amministrazione.
Quali erano i poteri reali e dove stavano i confini di questi poteri? I rappresentanti dei genitori potevano far parte dei collettivi? L’autogestione poteva essere un’esperienza praticabile?
Erano gli anni della grande tensione sociale, in cui la partecipazione era un fatto corale, ricco di implicazioni politiche, in cui la maggior parte dei genitori erano operai, erano gli anni dell’occupazione pacifica del Consiglio comunale contro il decreto Stammati, attraverso il quale il Governo chiedeva agli Enti Locali di aumentare le rette degli asili nido in modo eccessivo rischiando di penalizzare le famiglie meno abbienti.
La difesa degli asili nido a livello nazionale nei confronti del governo era accompagnata dalla spinta alla costruzione di un rapporto istituzionale significativo a livello locale con la scuola dell’infanzia, maggiormente accreditata come “scuola”. Più deboli sotto il profilo istituzionale sentivamo allora il bisogno di costruire un’alleanza forte che delineasse un percorso di continuità per il bambino da zero a sei anni. Dialogo difficile più volte interrotto… Ricordo la nostra rabbia, l’umiliazione che vivevamo di fronte alle disconferme esplicite ed implicite, ma ricordo anche il desiderio di non rinunciare mai all’idea.
Il passaggio degli asili nido dall’assessorato ai servizi sociali all’assessorato all’Istruzione nel 1983 non facilitò la costruzione di rapporti significativi fra i due servizi, pur in presenza di una (debole) volontà politica .
La “mission” e la fedeltà ad un ideale sociale a cui tendere coesistevano, nonostante tutto, con il piacere di svolgere un’attività che oggi più che mai ritengo straordinaria, perché giocata sulle relazioni, sulle emozioni, sui successi e sugli insuccessi, sui pianti, sulle angosce, sulle preoccupazioni, sulle responsabilità, ma anche sulle leggerezza, sull’ironia, sul gioco.
Ci sono state relazioni con madri e padri che hanno segnato profondamente il nostro cammino professionale ed umano.
Credo che per molte madri e molti padri abbiamo rappresentato un importante riferimento affettivo e culturale nel viaggio intorno alla costruzione della loro identità di genitori.
I bambini percepivano questa ricca rete di relazioni fra adulti che pensavano ad alta voce, che discutevano e agivano per costruire il loro benessere? Credo di sì.
So, attraverso il racconto di due genitori, che il loro figlio, quando aveva sette anni, ha detto compunto ad una amica di famiglia in attesa di un bambino, toccandole la pancia : “quando nasce tuo figlio, portalo al nido “Bonaccini”, lì i bambini stanno bene e poi c’è una mia amica che si chiama Luciana che ti può aiutare”.
Quella sua amica ero io che evidentemente gli ricordavo il nido, cioè un luogo affidabile, amichevole e solidale: io dalla parte dei bambini. Credo che questa sia stata una delle conferme più belle e sincere che ho ricevuto nel mio percorso professionale.
2011 10 mar
Io dalla parte dei bambini: i coordinatori pedagogici alla ricerca di un ruolo (parte 3)
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Il mio ruolo di coordinatrice ha trovato fin dall’inizio accoglienza e disponibilità, riconoscimento e collaborazione, grazie a team di lavoro, chiamati “collettivi” formato di persone affidabili, generose, disponibili e intelligenti, un gruppo capace di elaborare positivamente le debolezze delle singole persone esaltandone le qualità.
Ricordo educatrici con le lacrime agli occhi sull’orlo di una crisi di pianto perché alle riunione di sezione coi genitori si presentavano a volte poche persone…
Si preparavano con cura per presentare il Piano di lavoro, curavano il loro look per andare a questi appuntamenti per loro molto importanti. La delusione andava elaborata insieme, insieme andava superata per viverla come un piccolo, rimediabile incidente di percorso.
In quegli anni, la fatica della negoziazione, della conciliazione, della discussione, della sintesi, della decisione si è stemperata nella presa di coscienza del valore del lavoro svolto a livello individuale e collettivo, di riconoscimenti venuti dai genitori e dai bambini stessi che diventavano grandi, ricordavano e ritornavano nelle feste di compleanno del nido.
Il mio ruolo di coordinatrice, man mano, assumeva sfaccettature diverse in relazione alla ridefinizione del servizio sul piano culturale, pedagogico e politico, sostenuto da indicazioni che maturavano nelle sedi regionali in cui regolarmente i coordinatori dei diversi comuni venivano sempre più chiamati a confrontare esperienze e ad utilizzare percorsi di formazione mirati alla costruzione in termini evolutivi della loro identità professionale. La mia esperienza di coordinatrice nasce, cresce e si alimenta in termini di reciprocità in un rapporto costante con la Regione Emilia-Romagna, nel confronto con i colleghi degli enti locali regionali e, ovviamente nel team interno sostenuto e guidato da una dirigente tecnica di alto profilo professionale. La formazione permanente degli operatori e, specifica dei coordinatori, lo sguardo diretto alle trasformazioni sociali e allo sviluppo del bambino, l’utilizzo del personale come risorsa straordinaria da ascoltare e valorizzare, una progettualità dinamica perché mirata e influenzata dalla ricerca sul campo, sono stati alcuni dei capisaldi dell’evoluzione del mio ruolo di coordinatrice. In questo percorso, le educatrici, le ausiliarie e le cuoche si sono sostituite ad altre, ma i gruppi hanno mantenuto, nel loro cammino professionale evolutivo, la memoria e le tracce di coloro che vi hanno transitato, sorrette dal mio intervento finalizzato anche a favorire la trasmissione di competenze e di esperienze fra le “vecchie” e le nuove educatrici, le ausiliarie e le cuoche.
2011 10 mar
Io amica dei bambini: primi passi nella costruzione dell’identità del nido (parte 2)
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Erano gli anni in cui la dimensione educativa del servizio cominciava a delinearsi confrontandosi con la dimensione sociale e sanitaria, quasi a voler superare e sconfiggere un retaggio percepito come ostacolo all’evoluzione del servizio. Confronti serrati con l’equipe socio-sanitaria e con il medico, filtrati da sguardi diversi sulle cose e da specifiche competenze che si fronteggiavano assolutizzando i punti di vista.
Chi stava al centro delle nostre riflessioni e delle nostre azioni? La famiglia o il bambino? I bisogni e i diritti dei bambini nell’agire quotidiano faticosamente trovavano cittadinanza e dovevano essere negoziati con i bisogni dei genitori e del servizi.
L’asilo nido diventando nido d’infanzia intraprendeva il cammino verso la conquista di un’identità psicopedagogia.
I nidi veniva in quegli anni sottoposto a continue trasformazioni di carattere organizzativo e strutturale, in relazione a riflessioni intorno alla fase dell’inserimento, dell’accoglienza quotidiana, al valore delle routines e del gioco nello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini.
I tempi e gli spazi della quotidianità venivano messi sotto i riflettori e modificati alla luce delle nuove conoscenze intorno alle influenze dell’organizzazione spazio/temporale sullo sviluppo infantile e sull’accoglienza e la partecipazione dei genitori.
Sono state messe in gioco e in valore le competenze dei bambini, evidenziando aspetti semisconosciuti dello sviluppo infantile. Significativo in quegli anni è stato il progetto di ricerca- azione sul tema dello sviluppo del linguaggio grafico pittorico a partire dai primi anni di vita del bambino, condotto dal Prof. Marco Dallari, esperto in materia, con la collaborazione delle educatrici del nido Bonaccini e del Nido Benedetto Marcello, documentato in una mostra realizzata nella sede della biblioteca dell’allora “quartiere”, oggi Circoscrizione d’appartenenza dei due servizi. Questo percorso ha contribuito a sollecitare una riflessione intorno al ruolo delle educatrici e del personale ausiliario, gli stili educativi e le metodologie di lavoro, all’organizzazione dei tempi e degli spazi pensati e condivisi per trasformare le azioni quotidiane dettate dal buon senso in azioni consapevoli e sapienti.
La Programmazione educativa e i Piani di lavoro sono diventati gli strumenti attraverso i quali si definivano intenzioni. processi e risultati che scandivano l’azione quotidiana del gruppo e di ogni operatrice, testimonianza di un impegno di lavoro collettivo e individuale.
Operazioni difficili: declinare, motivare, mettersi in gioco, ascoltare le ragioni dell’altro, dichiarare in modo articolato le proprie.
2011 10 mar
Io amica dei bambini: inizio di un percorso professionale (parte 1)
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Ho iniziato il mio percorso professionale, prima come educatrice e poi come coordinatrice negli anni ‘70, stagione attraversata da grandi fermenti politici, da spinte ideali che hanno prodotto nel nostro Paese, in modo difforme, importanti trasformazioni sociali e culturali.
Modena è stata la prima città in Italia ad aprire un asilo nido (1969) prima che la legge nazionale del 1971, affidasse alle regioni e agli enti locali il compito di realizzare i servizi per i bambini al di sotto dei tre anni. Otto anni dopo, il responsabile amministrativo dell’assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Modena di quegli anni, insediava il primo nucleo di coordinamento formato da due educatrici con esperienza negli asili nido aperti successivamente, chiamate a svolgere attività di carattere organizzativo - gestionale.
Il primo nido che mi è stato affidato per svolgere questo ruolo era piccolo e accogliente; ospitava poco più di 40 bambini avvalendosi della presenza di 6 puericultrici, di 2 inservienti e di una cuoca, capaci di mettere in campo il sapere dell’esperienza quotidiana, la passione politica, l’entusiasmo e il cosiddetto “ buon senso”, tutto di genere femminile.
Si percepivano l’empatia e la solidarietà del personale nei confronti di giovani madri che “affidavano” il loro bambino, nelle mani di donne, giovani come loro, ma leggermente più esperte e, per questo, più sicure.
Sì perché, se l’asilo nido rappresentava la conquista sociale di quegli anni, le coscienze individuali dovevano ancora maturare per aspirare all’accesso al servizio come scelta educativa e non solo per bisogno.
La professionalità si esercitava attraverso un fare condiviso, pensato e discusso in sede di “collettivo”, speculare ad un modello sociale che si andava affermando in quegli anni mirato alla partecipazione, alla condivisione, alle decisioni corali.
Tutto veniva discusso in ore interminabili di riunioni in cui il piacere di stare insieme, di esserci, di parlare, di ascoltare e di comunicare faticava a lasciare il posto alla sintesi, alla fase della decisione.
Finite le interminabili riunioni, di collettivo e del comitato di gestione, si sostava fuori dal nido per continuare la discussione. Non importava se faceva caldo o freddo: eravamo insieme.