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Archivi: Rapporto bambino – genitori

Antonella era entrata al nido a due anni. La madre, da poco separata dal marito, nel colloquio che precedeva l'inserimento della bambina, aveva dichiarato che per lei il momento del pasto era problematico perchè la bambina da qualche tempo rifiutava il cibo in modo ostinato e sperava che il nido l'aiutasse a risolvere il problema.
Antonella in breve tempo si era adattata alla vita della micro comunità evidenziando interesse per le attività, disponibilità a giocare con i coetanei, vivacità intellettiva e propensione alle relazioni con gli adulti e con i bambini. Al momento del pasto però continuava a rifiutare il cibo, spostando il piatto verso il centro della tavola nonostante le sollecitazioni pacate delle insegnanti e della cuoca coinvolta nella questione. La bambina sedeva compostamente a tavola, aspettava il suo turno, allontanava il piatto e aspettava che tutto finisse con tranquillità
Proposi a Davide, l'educatore di riferimento, di chiedere alla bambina in modo sistematico, tutti i giorni, perchè non mangiasse in attesa di una risposta che poteva anche non arrivare. Poi un giorno, irritata, Antonella rispose "Non mangio perchè la mamma non vuole!"
Diventò presto un argomento di confronto in sede di lavoro di gruppo dove, nel ruolo di responsabile pedagogica, consigliai gli educatori della sezione, Davide e Sabrina di fare un colloquio non direttivo con la madre; mettemmo a punto le domande volte a far parlare la madre con uno stile comunicativo non giudicante, incoraggiante e accogliente. Le domande dovevano ruotare intorno al modo in cui si svolgevano il pranzo e la cena a casa, i riti di preparazione, dove e con chi la bambina "mangiasse", lo stato d'animo che attraversava la madre in quei momenti, le parole che diceva, i toni che usava. Nelle domande stesse c'era una risposta ideale e una reale che durante la narrazione produsserro degli effetti emotivi forti perche rispondere significava prendere coscienza dei propri errori.. La madre raccontava come un fiume in piena con le lacrime agli occhi che durante la preparazione del tavolo in cui Antonella mangiava da sola perchè lei era impegnata a convincerla mangiare, la bambina scappava altrove e la madre entrava automaticamente in un tunnel d'ansia per cui diceva con toni pieni di tensione " non mi importa se mangi, almeno vieni a tavola, è inutile che io apparecchi tanto tu non mangi, pittosto che darti da mangiiare scapperei lontano, sono arrabbiata..." Rabbia, delusione senso di inadeguatezza erano i sentimenti che la dominavano prima e durante i pasti non consumati. La presa di coscienza della madre durante la sua stessa narrazione dei fatti aiutò gli educatori ad introdurre in lei l'idea che la bambina forse aveva dato al pasto un valore di negatività, di tensione, di dolore che faceva soffrire la mamma per cui non avendo gli strumenti per comprndere le dinamiche complesse della situazione lei pensava che la madre non voleva che lei mangiasse e non il contrario. Era una semplificazione giustificabilissima...
Nei giorni a seguire la madre seguì suggerimenti degli educatori, la situazione cominciò a cambiare a casa e al nido. Antonella al nido sceglieva la quantità e la qualità del cibo da mettere nel piatto, divertendosi poi a giocare nell'angolo della cucina con le bambole e gli altri bambini proprio alla preparazione e manipolazione degli alimenti. Durante il gioco simbolico con le bambole le conviceva a mangiare, dicendo loro che erano brave se lo facevano, proprio come facevano le educatrici e la cuoca con lei e la madre a casa.
Nel colloquio di fine anno scolastico la madre ringraziò gli educatori per averla sostenuta in una momento difficile della sua vita di madre, per averla incoraggiata, ascoltata, consolata, indirizzata senza giudicare e mettere in discussione i suo ruolo di madre e a recuperare oltre la serenità e il sorriso della bambina anche il piacere reciproco di consumare i pranzi e le cene insieme.

Luciana Torricelli

 Il primo riferimento da tenere presente per realizzare l’inserimento di un bambino al nido è il concetto che la coppia madre-bambino non costituisce una coppia di individui separati, ma in situazione di progressiva separazione proprio nella fase in cui il legame d’attaccamento è in corso di costruzione. L’inserimento al nido, assume quindi una dimensione complessa ricca di implicazioni emotive e di aspettative a volte esplicite, spesso implicite comunque generatrici di ansie, tanto che nel corso degli anni la prima accoglienza è diventata oggetto di ricerca e di sperimentazione, continuamente ripensata, risignificata e riorganizzata.
I principi ispiratori delle azioni delle educatrici sono state le ricerche di studiosi che, da o Bowlby ad Ainsworth, passando per Mahler, Brofenbrenner e Shaffer e molti altri hanno man mano ridefinito il concetto, l’evoluzione e il significato della separazione temporanea del bambino dalla madre fino ad interpretarla come un processo inevitabile per la crescita del bambino.
Le teorie e la loro evoluzione dovrebbero orientare i pensieri e le azioni delle educatrici, in una prospettiva progettuale, quindi intenzionale, condivisa e dinamica, finalizzata a favorire l’adattamento attivo del bambino al nido collocandolo in un territorio di confine fra l’esperienza di vita in famiglia e quella nella prima comunità sociale, da realizzare in una logica sistemica, attraverso l’individuazione di strategie caratterizzate da regolarità, gradualità, ritualità; la figura di riferimento familiare (prevalentemente la madre) e una educatrice di riferimento precisa, rappresentano elementi riconoscibili quindi rassicuranti atti a favorire nel bambino la comprensione di ciò che sta avvenendo e il progressivo adattamento al nido. L’adattamento attivo ha inizialmente bisogno di rapporti fortemente individualizzati: ogni, bambino/a, ogni madre/padre, ogni educatrice durante l’inserimento vivono un rapporto speciale, diverso da tutti gli altri. Un legame d’attaccamento sicuro madre- bambino, un’educatrice accogliente, costante, identificabile, un ambiente rassicurante e riconoscibile oltre che accattivante e generatore di curiosità sono condizioni indispensabili per favorire nel bambino il desiderio successivo di esplorare relazioni con altre educatrici e con gli altri bambini

Le buone pratiche

La progettualità, caratterizzata da intenzionalità e dalla condivisione in sede di collettivo di sezione e del grande gruppo degli operatori del nido prima, e successivamente con i genitori sottende l’organizzazione di tempi, di metodologie, e strumenti, e di risistemazioni e verifiche in itinere seguendo una logica di grande flessibilità.
Le procedure prevedono un percorso graduale dell’inserimento del bambino e del genitore, accolti o individualmente, a coppie o in piccoli gruppi, preceduto da un incontro con tutti i neo genitori, finalizzato a dare informazioni sulle caratteristiche del servizio che li accoglie e sulle motivazioni e le strategie dell’inserimento al nido come evento generale di inizio d’anno; successivamente, il colloquio individualizzato, preceduto da un incontro con tutti i genitori dei bambini interessati finalizzato a presentare loro il “servizio”, permette di conoscere attraverso il racconto delle madri e dei padri, la storia del bambino, le sue abitudini e l’universo relazionale in cui vive in famiglia.
La non direttività, l’atteggiamento empatico sia in sede di colloquio che durante l’inserimento, l’ascolto attento e intenzionale, l’osservazione la posizione non giudicante, la costante restituzione del ruolo alla madre e al padre, favoriscono la costruzione di una rapporto fra adulti in cui l’affidabilità e la complicità vengono indirizzate al benessere del bambino, al suo adattamento attivo al nuovo ambiente, all’apertura mentale ed emotiva a nuove relazioni, all’interesse verso spazi e tempi non ancora esplorati.
Rassicurazione/riconoscimento, esplorazione/scoperta sono le categorie di riferimento nell’ organizzazione dei tempi e degli spazi, tali da favorire nel bambino da una parte curiosità interesse verso un’esperienza nuova ma anche possibilità di ritrovare condizioni conosciute e rassicuranti.
 

Durante gli anni della scuola dell’infanzia alla sera trascorrevo del tempo con i bambini – leggendo storie, parlando di ciò che succedeva a scuola. Queste chiacchierate serali continuarono negli anni delle elementari, di modo che sapevo sempre molto di ciò che accadeva loro quando non eravamo insieme e anche che cosa pensavano. Ero felice di queste chiacchierate; persino ora che sono adolescenti parliamo delle loro e delle mie esperienze. Così anche questa età particolare la stiamo vivendo serenamente senza i problemi tipici. Credo che per avere buone relazioni con gli adolescenti è necessario lavorare sui rapporti sin dalla prima infanzia.

Alla nostra figlia più piccola piaceva dormire di mattina e quando doveva andare all’asilo era letteralmente sconvolta. Piangeva e farla uscire era un’impresa. Così escogitai una soluzione. Quando la svegliavamo iniziavo a raccontarle storie. La prendevo in braccio e la portavo all’asilo che fortunatamente non era distante da casa. Lungo la strada continuavo a raccontarle storie. Funzionava. Risolvemmo il problema. Credo che questo sia il modo giusto di affrontare le cose. Purtroppo tutti noi siamo così stressati e di corsa che non capiamo di cosa hanno bisogno i nostri bambini. Come diceva il poeta Serbian Rsumovic: un bambino non è un giocattolo per grandi, un bambino è un bambino, da amare e capire.

Quando un bambino esprime delle difficoltà in fase di inserimento concentriamo la nostra attenzione non solo nella relazione con lui, ma anche sul rapporto con i genitori. Nella maggior parte dei casi infatti i piccoli esprimono il disagio trasmesso loro dai grandi. A volte i genitori fanno fatica ad affidare i propri figli agli operatori della scuola perché sono ansiosi o perché vivono male il distacco dal figlio. In effetti non è detto che il trauma da distacco si verifichi solo per i bambini, a volte può esserci anche da parte dei genitori e in questo caso è necessario compiere uno sforzo maggiore per instaurare con la famiglia quel rapporto di fiducia senza il quale non si realizzano gli obiettivi educativi propri dell’iter scolastico.

A volte nel contesto scolastico ci sono bambini che hanno comportamenti aggressivi. Ogni caso è a sé e quindi è premura di noi operatori capire le ragioni di questi atteggiamenti. Negli anni però ho capito che molto spesso i bambini usano l’aggressività quando non sanno esprimere a parole un’intenzione o un sentimento; non a caso infatti manifestazioni d’aggressività si registrano più numerose al nido quando le competenze linguistiche dei bambini sono in via di formazione.

Tra l’altro va sottolineato che non sempre i comportamenti aggressivi nei bambini esprimono sentimenti negativi, capita spesso anzi che un vigoroso abbraccio fatto da un bimbo, magari ben piazzato, a un bimbo mingherlino che mal sopporta gesti forti, rappresenti una manifestazione d’affetto oppure che un bambino della primissima infanzia morda un compagno semplicemente perché impegnato nell’azione di sperimentazione e conoscenza del mondo fisico che lo circonda propria della sua età.

In questi ed altri casi noi insegnanti chiediamo solitamente al bambino di spiegarci il perché del suo gesto, di dirci quali erano le sue intenzioni o motivazioni. Quando emergono gli spieghiamo dove ha sbagliato e qual’era il comportamento corretto da tenere in quella situazione. Se invece il bambino è troppo piccolo e non riesce a dare una spiegazione al suo gesto allora siamo noi che proviamo a interpretarlo per poi fargli capire l’errore e spiegargli come comportarsi la prossima volta.
Roberta, Coordinatrice didattica, 42 anni, Paese: Italia

Di solito le difficoltà con i bambini nel nostro lavoro rimandano sempre a situazioni familiari problematiche, a me ad esempio è capitato di lavorare con un bambino che aveva un rapporto conflittuale con la madre all’interno di un contesto familiare disgregato, dove mancava la figura del padre. Questo bambino, forse per le sofferenze provate, dimostrava una spiccata intelligenza, per i suoi compagni di classe era una specie di leader. D’altra parte in classe esprimeva i sentimenti di rabbia che provava verso la madre con atteggiamenti fortemente aggressivi. Non è stato semplice per me e la mia collega gestire questa situazione, far capire al bambino la differenza tra buono e cattivo, non stigmatizzarlo entro un ruolo negativo e allo stesso tempo tutelare gli altri.
Insegnante scuole d’infanzia, 36 anni, Paese: Italia

Non c’è un episodio in particolare, ovviamente le esperienze più critiche sono quelle collegate a bambini che hanno problemi, che siano disabilità fisiche o difficoltà comportamentali. In quest’ultimo caso forse è ancora più difficile operare nel modo più appropriato perché dietro comportamenti non inadeguati, non normali, c’è sempre una ragione, una causa che rimanda a un disagio che esula dal contesto scolastico.

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Sono tre i ricordi della mia prima infanzia che mi stanno molto a cuore.
Il primo è legato alle vacanze. Con la mia amica della villeggiatura la sera andavamo sempre a casa di sua nonna e fuori dall’uscio, sugli scalini ascoltavamo le favole che ci raccontava.

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Nel mio lavoro le esperienze più belle e soddisfacenti le ho avute con i bambini disabili, anche perché solitamente un bambino disabile nella fascia d’età tra i 3 e i 6 anni ha molte possibilità di recupero e miglioramento.

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Qualche tempo fa abbiamo avuto un bambino che aveva grossi problemi relazionali, era molto aggressivo e ostile a qualsiasi regola. Ciò nonostante io e lui avevamo instaurato un rapporto positivo tanto che il bambino a un certo punto della relazione mi diceva spesso: “Mi porti a casa con te?” oppure: “Vengo con te perché tu mi vuoi bene. Non hai un letto per me?”.

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Un ricordo della mia prima infanzia a me molto caro è quello di mio padre che, coincidenza vuole, veniva ogni giorno a prendermi proprio in questa stessa scuola dove ora io insegno.

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