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Archivi: sviluppo cognitivo


Le ricerche compiute sull’interazione fra coetanei nei primi anni di vita hanno messo in luce la disponibilità sociale del bambino e come tali interazioni, influenzino i processi dello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale di ognuno. L’interesse del bambino piccolo verso il più grande, si esplicita attraverso l’orientamento visivo dell’uno sull’altro, dall’intenzione di partecipare alle sue azioni, dal tentare di utilizzare gli oggetti in modo analogo, sicuramente con modalità più semplici. Il bambino più grande assume una posizione di prestigio, nel gruppo, dovuto alla maggiore competenza cognitiva e sociale, infatti spesso si evidenziano forme vistose di imitazione dei più piccoli verso i grandi.
La ricerche, fra queste quelle di Mantovani, Campioni e Musatti, identificano tre modalità differenti attraverso le quali i più grandi nel gioco sostengono gli altri in una sorta di tutoraggio istintivo:

la collaborazione che si realizza attraverso il contributo reciproco;
l’aiuto dato dal sostenere il piccolo nel fare progredire il gioco;
l’imitazione organizzatrice che avviene quando il piccolo fa evolvere il gioco grazie all’attenzione al gioco del più grande;

Da ciò si vince che nel rapporto fra coetanei i bambini possono sperimentare, da un lato interazioni simmetriche, in quanto percepiscono di avere il medesimo “status sociale” che consente una sorta di identificazione speculare, dall’altro le diverse competenze li orientano verso interazioni asimmetriche, condizione che sembra favorire i processi cognitivi di ogni bambino.
La ricerca scientifica degli ultimi trent’anni condotta prevalentemente nei servizi per la prima infanzia mettono in discussione dunque Piaget che definisce egocentrico il bambino nei primi anni di vita, vale a dire centrato sul suo punto di vista, poco incline a prendere in considerazione quello dell’altro bambino. Solo nel rapporto con l’adulto, secondo Piaget, il bambino rafforza il suo egocentrismo in virtù del rapporto asimmetrico sul piano del sapere, del potere e dell’autorità, unica condizione capace di favorire il suo sviluppo cognitivo
Le ricerche sopra citate dimostrano che i bambini nelle esperienze di gioco, in gruppi di età mista, modificano le loro azioni e le loro interazioni in relazione a quelle dei propri compagni di gioco, progredendo nel loro percorso e rendendole più complesse. Allo stesso tempo mettono in luce la dimensione sociale nel processo di costruzione della conoscenza, delle competenze interattive dei bambini piccoli.
L’educatrice sarà chiamata a scegliere i contesti di gioco o di attività in cui sia meglio organizzare i gruppi per età omogenea o mista, a seconda che si voglia privilegiare la similarità o la disparità di competenze, in relazione all’esperienza conoscitiva e interattiva che si intende favorire.
Le strategie di intervento mirate incoraggiare il gioco e l’interazione fra i bambini possono essere:

l’intervento individualizzato teso a valorizzare ogni bambino e a promuovere l’attenzione degli altri su di lui;
il richiamo degli altri orientando la loro attenzione sul singolo o sul gruppo, richiamo finalizzato a costruire condivisione;
la richiesta e la sollecitazione ad assumere ruoli complementari e scambi reciproci incoraggiando sia le relazioni che l’apprendimento di competenze interattive.

Avere consapevolezza di sè significa avere coscienza di avere un corpo, una mente e un patrimonio emotivo unico, diverso da tutti gli altri che gli offrono l'opportunità di affrontare  la vita.

Alla sua nascita il bambino possiede un una dotazione, geneticamente data, che gli permette di mettersi in rapporto con la realtà in modo attivo. I sensi come  la vista, l'udito, il tatto, l'olfatto e il gusto, attraverso le percezioni rappresentano il veicolo  che lo conduce alla conoscenza di se stesso e del mondo,facendolo uscire dalla percezione nebulosa della realtà,

E' attraverso il fare e il suo ripetersi che il bambino incontra oggetti e persone; prima nel toccare, poi nel manipolare gli oggetti e la materia in genere  prende coscienza che ogni parte del suo corpo può fare e trasformare e, nel farlo, comprende di essere materialmente diverso da ciò che tocca, per forma, colore consistenza, pesantezza, odore etc.

Ma è attraverso il rapporto con gli adulti e con i coetanei che il bambino prende coscienza della sua identità fisica e psichica. Gli adulti in particolare attraverso l' attenzione, gli sguardi, i toni di voce, le parole,  le carezze, gli abbracci, attraverso le azioni che connotano i momenti di cura, rimandano al bambino un'idea di se. Nell'incontro con l'adulto e il coetaneo il bambino comincia a comprendere le differenze fra se  e l'altro  sotto il profilo fisico, ma anche sotto il profilo psicologico,

L'educatrice e l'insegnante dovrebbero avere la consapevolezza chei i toni di voce, gli stili comunicativi autorevoli, pertinenti e coerenti, l'attenzione, il linguaggio non verbale mirato, l'ascolto, il progressivo passaggio dalla relazione "tu ed io" verso il "noi", ricco di interazioni, porta il bambino alla costruzione di relazioni significative che arricchiscono il suo patrimonio cognitivo ed affettivo, alimentando la sua autonomia e l'autostima.

Ancora, l'educatrice/insegnante dovrebbero agire sulla progettazione educativa e didattica, sulla organizzazione degli spazi, sulla scelta dei materiali di gioco, sulle esperienze, interrogandosi spesso sul loro ruolo, con in una prospettiva  sperimentale e problematica.

La paura  potrebbe essere definita come un'emozione  primaria che l'individuo sviluppa a scopo difensivo in situazioni di pericolo reale o percepito. Le paure sono  stati d'animo frequenti e comuni nella vita dei bambini, accompagnano la loro crescita, inscrivendosi nel loro normale sviluppo psichico.  Possiamo anche affermare che le paure cambiano in relazione all'età; se nell'''infanzia ci si trova di fronte a paure di tipo più "irrazionale", crescendo esse diventano sempre più complesse e articolate, interessando più da vicino la sfera relazionale e sociale (la paura dell'inadeguatezza, dell'abbandono, del ridicolo). Di norma,con il semplice passare del tempo, le paure tendono a svanire; il bambino progressivamente acquisice competenze emotive e cognitivee che gli consentono di gestirle ed affrontarle efficacemente, limitamdo il loro effetto negativo. Se la maggior parte delle paure infantili possono definirsi "fisiologiche" quindi transitorie perchè tipiche di una determinata fase dello sviluppo psicologico, alcune possono diventare patologiche, tali da  costituire un limite alla vita del bambino, ostacolandone il normale sviluppo.Quando una paura persiste interferendo nella vita quotidiana del bambino,  diventa fobia, ad esempio la paura ingiustificata  di un oggetto, di una situazione che determinano in lui evitamento e angoscia, vanno trattatre con l'aiuto di un esperto in problematiche infantili.Il superamento di paure e fobie dipendono, oltre che dall'organizzazione cognitiva del bambino, dalle risposte dagli adulti e dal contesto sociale

La paura nelle fiabe e nelle favole.

Negli ultimi decenni si è creato un forte fraintendimento nei confronti delle paure infantili tale da indurre gli adulti ad evitare situazioni che possano spaventare i bambini... Sotto il profilo cognitivo la paura ha a che fare con lo sviluppo emotivo, funziona come campanello d'allarme di fronte ad un pericolo reale o percepito, il suo superamento e la ricerca di una soluzione per attraversare il pericolo, senza farci male ha a che fare con lo sviluppo cognitivo. Compito educativo degli adulti è sostenere il bambino  chiamandolo ad affrontare la paura, attraverso l'individuazione di  strategie  e soluzioni, ma anche attraverso l'uso fantastico della narrazione. Infatti le fiabe e le favole sono strumanti inestimabili in questo senso. Il lupo esiste più che mai, va riconosciuto ed affrontato. Non esistono lupi buoni, da salvare... Il lupo va eliminato. Ciò non ha nulla a che fare con l'educazione ambientale e al rispetto per gli animali. Il bambino lo comprende benissimo....

Aggiungo bibliografia sulla fiaba:

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Caprettini G.P., Dizionario della fiaba. Simboli, personaggi, storie delle fiabe regionali italiane, Meltemi, Roma, 1998.
Carloni G., La fiaba al lume della psicoanalisi, in “Rivista di psicoanalisi”, n. 11, maggio-agosto 1963.
C’era una volta. Letture e prospettive del fantastico nell’editoria italiana contemporanea, Quaderno n. 15, suppl. a “Libri e riviste d’Italia”, settembre-ottobre 1981.
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Ricotti Sorrentino M.A., Il regno lontano. Origine e significato delle fiabe, Panozzo, Rimini, 2003.
Santagostino P., Come raccontare una fiaba… E inventarne cento altre, Red Edizioni, Milano, 2003.
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