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Archivi: Sviluppo sociale

Ricordo con molto piacere un progetto realizzato dalle educatrici di un Centro Gioco che ospitava bambini da uno a tre anni che al mattino era frequentato da soli bambini e al pomeriggio da due nuclei diversi di bambini accompagnati ognuno,  da un adulto di famiglia.

La grande presenza dei nonni al pomeriggio, i dialoghi e le conversazioni condotte dalle educatrici, ma anche le narrazioni che nascevano spontaneamente, fra nonne/i, madri/padri, avevano suggerito alle eucatrici di promuovere un percorso finalizzato a ricostruire la storia familiare di ogni bambino attraverso la raccolta di fotografie e oggetti che  appartenevano ai bambini,  e all'infanzia gei gentori e dei nonni.

A dare valore aggiunto all'idea c'era il fatto che alcune famiglie erano originarie di paesi extraeuropei, per cui la raccolta del materiale fu complessa e lunga, ma il risultato fu straordinario

Fu davvero emozionante assemblare con i genitori fotografie, giocattoli, abiti e  oggetti attinenti l'alimentazione e l'igiene personale di tre generazioni e realizzare una mostra  da collocare nella circoscizione di appartenenza del servizio.

Successivamente, nel percorrere la mostra con qualche genitore e nonno durante l'inaugurazione  mi resi conto di quanto fosse importante recuperare le radici, di quanto fosse interessante constatare quanto molti bambini fossero somiglianti ai loro nonni alla stessa età, di quanto fossero cambiati i costumi. Non solo gli abiti, ma anche il modi stare insieme fra adulti e bambini, i contesti, le abitazioni, i giocattoli, gli arredi.

Dalla mostra al catalogo, il viaggio nella memoria  e nella storia di ognuno, divenne un'esperienza intergenerazionale corale di grande valore affettivo ed educativo, sia per i bambini che per gli adulti.

Nella lunga esperienza maturata nei servizi per la prima infanzia ho avuto la grande opportunità di cogliere e studiare le metamorfosi della famiglia negli ultimi decenni e di agire, nella prospettiva della metodologia della "ricerca/azione" sulle trasformazioni famigliari e sociali in atto.

Sorretta nel mio cammino professionale dall'antropologia culturale, dalla sociologia e dalle teorie della comunicazione con le mie colleghe, nel corso degli anni, ho messo a punto un impianto partecipativo indirizzato ai genitori che ha permesso al team pedagogico di dialogare, confrontarsi, ascoltare e osservare e conoscere un territorio umano straordinario da utilizzare come risorsa capace di alimentare il percorso evolutivo dei servizio stesso, con la mediazione delle educatrici.
Abbiamo così imparato che la concezione dell'infanzia, del ruolo e delle responsabilità dei genitori sono varie, come diversi sono i concetti culturali intorno alle cure, all'educazione dei bambini e alle relazioni sociali necessarie a sostenere il loro sviluppo.
Le condizioni socio-culturali sembrano giocare un ruolo determinante nell'indirizzare la costruzione di relazioni fra bambini e adulti forti, significative, di buon livello sotto il profilo cognitivo e affettivo.
Il livello di civiltà di una comunità si evince infatti dalla centralità della collocazione dei bambini, dai tempi e dagli spazi che vengono loro assegnati, dalla quantità e dalla qualità delle relazioni di cui possono godere.
I più recenti studi comparativi nel campo della psicologia culturale evidenziano il fatto che le scelte che riguardano la cura dei bambini e la loro socializzazione, compresa la determinazione di decisioni universali come chi sta vicino al bambino prima e durante il sonno e al suo risveglio, rappresentano azioni simboliche finalizzate a realizzare i valori  e gli ideali più profondi di una comunità.
Abbiamo visto nella nostra ricerca che quando un bambino entra in un servizio per la prima infanzia porta con se una storia più o meno breve che lo ha profondamente influenzato di cui è necessario tenere conto per condurlo in un viaggio in cui sarà chiamato a separarsi temporaneamente dalle persone che lo accudiscono in famiglia e a incontrare altri bambini e altri adulti capaci di arricchire e influenzare il suo sviluppo sociale.
Sarà chiamato a vivere esperienze cognitive ed affettive in due contesti diversi, quello famigliare e quello sociale che aspirano entrambe a sostenerlo nella costruzione della sua prima identità.
Era indispensabile individuare e realizzare un progetto di servizio capace di offrire spazi e tempi di dialogo e di scambio fra questi contesti, per conoscersi, per confrontarsi sulle reciproche idee ed azioni, sui valori che li guidavano, per riflettere sui ruoli reciproci (educatori, madri e padri, nonni), alla ricerca di un terreno di intesa sul concetto di qualità della vita infantile, di benessere, di educazione e sulle congruenti azioni da realizzare, ognuno nei propri ambiti.
Ci siamo così incontrate con la solitudine dei genitori, con la scomparsa della famiglia intergenerazionale allargata, e con la comparsa della famiglia allargata trasversale, con i genitori single per scelta, con genitori separati, con famiglie diverse  per cultura, età, livello di scolarizzazione, provenienza etnica e linguistica.
Abbiamo appurato come la scelta di avere uno o più bambini fosse determinata dalla sicurezza economica, dal lavoro sicuro, dalla presenza dei servizi, dal sostegno dei nonni.
Abbiamo assistito a fluttuanti fenomeni di denatalità arginata parzialmente dalle famiglie immigrate più prolifiche, abbiamo visto che l'età media dei genitori, più scolarizzati rispetto al passato, si alzava progessivamnte, poichè i l figlio veniva programmato quando c'erano le condizioni ideali per crescerlo.

Ci siamo incontrati con famiglie "anziane" da quando le  madri possono concepire con sicurezza  a cinquant'anni, grazie ad un diffuso miglioramento della qualità della vita, delle condizioni economiche, grazie ad una maggiore attenzione alla cura della salute del corpo e della mente, grazie all ricerca scientifica che introduce nuove tecniche di fecondazione e concepimento, grazie alle gravidanze e ai parti seguiti con maggiore rigore professionale, tecnologico e scientifico.
Abbiamo constatato come i bambini nascessero in un clima complessivo di aspettativa enorme, venivano programmati, desiderati, attesi con ansia; che i genitori, fin dal concepimento, proiettassero  su di loro bisogni, aspettative, esigenze, sogni, illusioni, riscatti personali.
Per i bambini si facevano investimenti emotivi, affettivi ed economici notevoli perchè i bambini sono coloro che ci rappresentano quando noi non ci saremo più, che daranno corpo alle nostre aspirazioni, alle nostre idee, alle nostre utopie.
L'infanzia, in un qualche modo, rappresenta la generezione che ci sotituirà, la nostra traccia sul mondo, testimonianza di ciò che siamo stati e che abbiamo saputo fare con lei e per lei...

 

I complessi rapporti fra genitori e figli

I bambini attesi, desiderati e amati sono coloro che "limitano" la libertà dei genitori, che li obbligano a... , che impongono dei ritmi, delle regole, dei luoghi, delle situazioni. Nella vita che ha preceduto la nascita dei figli, prima come singoli poi in coppia i genitori possono aver sperimentato diversi modi di vivere, anche fuori dagli schemi tradizionali ma, la nascita del figlio li ha obbligati a riconsiderare la propria vita, a dare un senso preciso alla propria giornata, a rientrare nelle regole perchè il bambino ha bisogno di regole, di riferimenti costanti, significativi, autorevoli.
Dai racconti delle madri e dei padri emergeva il desiderio di capire i loro figli; dal momento in cui nascevano cercavano di interpretare i loro segnali, le loro parole successive, i loro bisogni. Man mano a volte si sentivano inadeguati ad interpretarli e a rispondere loro in modo autorevole.
Il bambino infatti è un universo diverso, differente da quello adulto, diverse sono le categorie del tempo e dello spazio, della memoria e dell'attesa, manca la capacità di progettare e di fare previsioni, che si esercitano con l'esperienza e il suo ripetersi.
Dai racconti dei genitori emergeva che per comprendere il figlio o la figlia tentavano di ripercorrere la loro infanzia, ma la memoria di ognuo di noi è fortemente influenzata dal nostro presente e dalla visione del mondo costruita nel tempo.
Consapevoli che la nostra infanzia li avevano profondamente influenzati, intrecciavano i loro vissuti con quelli dei bambini, rischiando di guardarli con gli occhi dei nostri loro desideri e delle loro aspettative.
Queste ed altre riflessioniche hanno in parte caratterizzato i temi del confronto con i genitori in questi anni ovviamente non avevano un carattere assoluto e non erano esaustive ad esempio di tutta la tematica relativa alla violenza sull'infanzia che si consuma, il più delle volte. All'interno delle famiglie e che è l'espressione più eclatante della condizione infantile, vissuta fra l'ecceso d'amore e la sua assenza, fra l'odio e l'indifferenza.
Le famiglie autoritarie del passato, ancora presenti, si sovrapponevano, a quelle permissive che non avevano regole, o alle famiglie trascuranti e inesistenti.
Poi c'erano le famiglie autorevoli che si assumevano la responsabilità di decidere e di scegliere dopo aver assunto il punto di vista del figlio, con lui trattavano, negoziavano, condividevano, entravano in conflitto, lo gestivanoono, attenti a promuovere l'autonomia e la fiducia in se' del figlio/a
Dal confronto con le famiglie, emergeva sempre di più che siamo in una società in transizione ancorata al presente, più che al passato, con un futuro incerto quindi scarsamente ipotecabile.

 

Una società liquida e frammentata.

Una società largamente dominata dai media all'interno nei quali domina il mercato dei consumi di cui la pubblicità rappresenta solo in parte l'espressione dominante, con una funzione determinante per ciò che riguarda la costruzione dell'immaginario collettivo sull''infanzia, sull'adolescenza, sull'aspirazione all'eterna giovinezza degli adulti e degli anziani.
E' una induzione senza precedenti alla mercificazione del corpo e della mente e alla massificazione del gusto, dei modelli e degli stili di vita e dei valori dominanti che elimina l'etica, la coscienza e la responsabilità individuale e collettiva, eludendo l'unicità degli individui, le soggettività e le diversità che alimentano i dialoghi e gli scambi e i desideri di cambiamento.
Con la presenza dei bambini, figli di immigrati provenienti dai diversi paesi del mondo, e con gli stessi genitori provenienti da culture diverse siamo stati "costretti" nei servizi per la prima infanzia ad interrogarci sulla nostra cultura d'origine e sulle culture altre, per cercare le analogie e le differenze.
Aver messo una lente di ingrandimento sui nostri utenti ha fatto emergere non solo le differenze etniche e religiose, ma anche quelle di genere (i padri e le madri), di età, di scolarizzazione, le differenze socio/economiche e le tante soggettività all'interno di queste differenze... Un capitale umano enorme, variegato, sfaccettato con il quale abbiamo riflettuto sull'educazione alla ricerca di un terreno di intesa che avesse il respiro del futuro attraverso l'uso intelligente e lungimirante del presente
Agire in questa direzione ha significato e significa utilizzare i servizi como osservatorio e laboratorio in cui adulti e bambini potessero uscire dall'opacità e dall'indifferenziato per entrare in un territorio capace di dare visibilità e pari opportunità ad ognuno, in una prospettiva capace di generare, curiosità, attenzione e rispetto dell'altro, in cui ognuno fosse disposto ad influenzare a farsi influenzare per cercare nuovi significati sui valori della genitorialità, della famiglia, dell'educazione e dell'esistenza stessa.
In questo ambito il Coordinamento pedagogico ha fatto e continua a fare un grande investimento sul ruolo degli educatori, testimoni di competenze sociali che si esprimono attraverso la disponibilità all'ascolto, all'empatia, alla convivialità, all'esercizio della comunicazione e della relazipne che induce alla reciprocità, all'accetazione, alla fiducia, alla comprensione, alla disponibilità mentale.

Luciana Torricelli di Modena (Italia)

Anche la gestione sociale si trasformava: il presidente del comitato di gestione, che fino a quel momento aveva svolto un ruolo decisivo, di promozione sociale, di controllo e presidio sia del personale che dei genitori in rapporto col quartiere e l’amministrazione, passa il testimone alla coordinatrice, riposizionandosi sulla dimensione più politica del ruolo.
Il rapporto coi genitori, in particolare con gli organismi della gestione sociale non è stato sempre facile… Le discussioni più accese riguardavano i poteri del comitato di gestione.
Il comitato di gestione aveva potere di decisione o era un organismo di tipo consultivo, rispetto all’Amministrazione.
Quali erano i poteri reali e dove stavano i confini di questi poteri? I rappresentanti dei genitori potevano far parte dei collettivi? L’autogestione poteva essere un’esperienza praticabile?
Erano gli anni della grande tensione sociale, in cui la partecipazione era un fatto corale, ricco di implicazioni politiche, in cui la maggior parte dei genitori erano operai, erano gli anni dell’occupazione pacifica del Consiglio comunale contro il decreto Stammati, attraverso il quale il Governo chiedeva agli Enti Locali di aumentare le rette degli asili nido in modo eccessivo rischiando di penalizzare le famiglie meno abbienti.
La difesa degli asili nido a livello nazionale nei confronti del governo era accompagnata dalla spinta alla costruzione di un rapporto istituzionale significativo a livello locale con la scuola dell’infanzia, maggiormente accreditata come “scuola”. Più deboli sotto il profilo istituzionale sentivamo allora il bisogno di costruire un’alleanza forte che delineasse un percorso di continuità per il bambino da zero a sei anni. Dialogo difficile più volte interrotto… Ricordo la nostra rabbia, l’umiliazione che vivevamo di fronte alle disconferme esplicite ed implicite, ma ricordo anche il desiderio di non rinunciare mai all’idea.
Il passaggio degli asili nido dall’assessorato ai servizi sociali all’assessorato all’Istruzione nel 1983 non facilitò la costruzione di rapporti significativi fra i due servizi, pur in presenza di una (debole) volontà politica .
La “mission” e la fedeltà ad un ideale sociale a cui tendere coesistevano, nonostante tutto, con il piacere di svolgere un’attività che oggi più che mai ritengo straordinaria, perché giocata sulle relazioni, sulle emozioni, sui successi e sugli insuccessi, sui pianti, sulle angosce, sulle preoccupazioni, sulle responsabilità, ma anche sulle leggerezza, sull’ironia, sul gioco.
Ci sono state relazioni con madri e padri che hanno segnato profondamente il nostro cammino professionale ed umano.
Credo che per molte madri e molti padri abbiamo rappresentato un importante riferimento affettivo e culturale nel viaggio intorno alla costruzione della loro identità di genitori.
I bambini percepivano questa ricca rete di relazioni fra adulti che pensavano ad alta voce, che discutevano e agivano per costruire il loro benessere? Credo di sì.
So, attraverso il racconto di due genitori, che il loro figlio, quando aveva sette anni, ha detto compunto ad una amica di famiglia in attesa di un bambino, toccandole la pancia : “quando nasce tuo figlio, portalo al nido “Bonaccini”, lì i bambini stanno bene e poi c’è una mia amica che si chiama Luciana che ti può aiutare”.
Quella sua amica ero io che evidentemente gli ricordavo il nido, cioè un luogo affidabile, amichevole e solidale: io dalla parte dei bambini. Credo che questa sia stata una delle conferme più belle e sincere che ho ricevuto nel mio percorso professionale.

Il mio ruolo di coordinatrice ha trovato fin dall’inizio accoglienza e disponibilità, riconoscimento e collaborazione, grazie  a team di lavoro, chiamati “collettivi” formato di persone affidabili, generose, disponibili e intelligenti, un gruppo capace di elaborare positivamente le debolezze delle singole  persone esaltandone le qualità.

Ricordo educatrici   con le lacrime agli occhi  sull’orlo di una crisi di pianto perché  alle riunione di sezione coi  genitori si presentavano a volte poche persone…

Si  preparavano  con cura per presentare il Piano di lavoro, curavano il loro look  per andare  a questi appuntamenti per loro  molto  importanti. La delusione andava elaborata insieme, insieme andava superata per viverla come un piccolo, rimediabile  incidente di percorso.

In quegli anni, la fatica della negoziazione, della conciliazione, della discussione, della sintesi, della decisione si è stemperata nella presa di coscienza del valore del lavoro svolto a livello individuale e collettivo, di riconoscimenti venuti dai genitori e dai bambini stessi che diventavano grandi, ricordavano e ritornavano nelle feste di compleanno del nido.

Il mio ruolo di  coordinatrice, man mano,  assumeva sfaccettature diverse in relazione alla ridefinizione del servizio sul piano culturale, pedagogico e politico, sostenuto da indicazioni  che maturavano nelle sedi regionali in cui regolarmente i coordinatori dei diversi comuni venivano sempre più chiamati a confrontare esperienze e ad utilizzare percorsi di formazione mirati alla costruzione in termini evolutivi della loro identità professionale. La mia esperienza di coordinatrice nasce, cresce e si alimenta in  termini di reciprocità in un rapporto costante con la Regione Emilia-Romagna, nel confronto con i colleghi degli enti locali regionali e, ovviamente nel team  interno sostenuto e guidato da una dirigente tecnica di alto profilo professionale. La formazione permanente degli operatori e, specifica dei coordinatori, lo sguardo diretto alle trasformazioni sociali e allo sviluppo del bambino, l’utilizzo del personale come risorsa straordinaria da ascoltare e valorizzare,  una  progettualità dinamica perché  mirata e influenzata dalla ricerca sul campo, sono stati  alcuni dei capisaldi dell’evoluzione del mio ruolo di coordinatrice. In questo percorso, le educatrici, le ausiliarie e le cuoche si sono sostituite ad altre,  ma i gruppi hanno  mantenuto, nel loro cammino  professionale evolutivo, la memoria e  le tracce di coloro che vi hanno transitato, sorrette dal mio intervento finalizzato anche a favorire la trasmissione di competenze e di esperienze fra le “vecchie” e le  nuove educatrici, le ausiliarie e le cuoche.

 

Ho iniziato  il mio percorso professionale, prima come educatrice e poi come coordinatrice negli anni ‘70,  stagione attraversata da grandi  fermenti  politici, da spinte ideali  che hanno prodotto nel nostro Paese, in modo difforme,  importanti trasformazioni sociali e culturali.

Modena è stata la prima città in Italia ad aprire un asilo nido (1969) prima che la legge nazionale  del 1971, affidasse alle regioni e agli enti locali il compito di realizzare i servizi per i bambini al di sotto dei tre anni. Otto anni dopo,  il  responsabile amministrativo dell’assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Modena di quegli anni, insediava il primo nucleo di coordinamento formato da due educatrici con esperienza negli asili nido aperti successivamente, chiamate a svolgere attività di carattere organizzativo - gestionale.

Il primo nido che mi è stato affidato per svolgere questo ruolo era piccolo e accogliente; ospitava poco più di 40 bambini avvalendosi  della presenza di 6 puericultrici, di 2 inservienti e di una cuoca,  capaci di mettere in campo il sapere dell’esperienza quotidiana, la passione politica, l’entusiasmo e il cosiddetto “ buon senso”, tutto di genere femminile.

Si percepivano  l’empatia e la solidarietà del personale  nei confronti di giovani  madri che “affidavano” il loro bambino,  nelle mani di  donne, giovani come loro, ma  leggermente  più esperte  e, per questo,  più sicure.

Sì perché, se l’asilo nido rappresentava la  conquista sociale di quegli anni, le coscienze individuali  dovevano ancora maturare per aspirare all’accesso al servizio come scelta educativa e non solo per bisogno.

La professionalità si esercitava attraverso un fare condiviso, pensato e discusso in sede di “collettivo”,  speculare ad un modello sociale che si andava affermando in quegli anni mirato alla partecipazione, alla condivisione, alle decisioni corali.

Tutto veniva discusso in ore interminabili di riunioni in cui il piacere di stare insieme, di esserci,  di parlare, di ascoltare e di comunicare faticava a lasciare il posto alla sintesi, alla fase della decisione.

Finite le interminabili riunioni, di collettivo e del comitato di gestione,  si sostava fuori dal nido per continuare la discussione. Non importava se faceva caldo o freddo: eravamo insieme.

 

Mi chiamo Alejandra e insegno in una scuola primaria. Ultimamente sono preoccupata dal livello di aggressività dei bambini che rispecchia il grado di violenza presente nella società odierna. Visto che ho una formazione artistica…cerco di utilizzare questo linguaggio come un’alternativa per esprimere sentimenti negativi e comportamenti aggressivi. Un bambino di 4 anni che si esprimeva picchiando gli altri o attaccandoli verbalmente mi diceva “Quando colpisco, mi sento meglio”.
Poi ho introdotto nella classe altre varianti proponendo ad esempio attività che a loro piacciono, come dipingere, in questo modo ho permesso ai bambini di esprimere la loro rabbia, ma appunto in un altro modo, senza ferire gli altri o se stessi: “Puoi essere arrabbiato, se lo sei e se ti piace dipingere, prendi i colori e stendili energicamente…” Altri bambini scelgono di saltare, dando una forma fisica al loro pensiero ed esprimendo in questo modo ciò che sentono.

Alejandra, Insegnante scuola primaria, Spagna

Più che altro mi sento di fare una riflessione. La mia generazione è quella del tardo dopo guerra quando nel nostro paese c’era un fermento positivo. Nonostante le difficoltà la gente era proiettata al futuro e aveva voglia di migliorare le cose. Il lavoro non mancava e anche le donne uscivano di casa per avere una propria occupazione. Da questa situazione la scuola a Bologna ha tratto grande impulso.

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Mi viene in mente una storia buffa, ma che realmente mi ha messo un po’ in difficoltà. Una volta stavo parlando ai bimbi dei bambini che sono ancora nella pancia della mamma e una bambina mi interrompe chiedendomi: “Maestra, ma i bambini nella pancia piangono?” e poi: “E fanno anche loro la pipì, anche se sono nella pancia della mamma?”.

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Sono nata e cresciuta in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano. La vita era diversa, le condizioni materiali non erano agiate come ora, eppure gli insegnamenti più importanti, quelli che sono diventati i miei valori da adulta, nella famiglia e nel lavoro, lì ho ricevuti proprio in quel contesto.

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